Liti politiche, mercato del lavoro e fiducia

La lite ora sopita sulla spending review tra il presidente del consiglio Mario Monti ed il neo-eletto presidente di Confindustria Giorgio Squinzi si è esaurita rapidamente, non dopo aver dato modo di cogliere l’inclinazione del secondo a parlare come se rappresentasse solo se stesso e la predisposizione del primo a reazioni impermalite. E anche a far impazzare per qualche ora sul web molte reazioni sui social forum, inclusa la nascita su Twitter dell’hashtag #FaSalireLoSpread, dopo la considerazione del prof. Monti sulle valutazioni a ruota libera capaci di danneggiare l’economia.

Peraltro la rapida ricomposizione non può far scordare che gli interventi della politica e di chi ricopre cariche istituzionali hanno realmente effetti sui movimenti dell’economia. Quelli della recente querelle certamente minimi, ma in altri casi autentici e ben misurabili. Anche mediante grafici e tabelle. Ieri il blog di Ezra Klein sul Washington Post, che peraltro non si occupava di Italia ma della politica 2012 di Barack Obama sui tagli fiscali, ci ha messo sotto il naso un esempio molto loquace: quello della battaglia sul tetto del debito che ha avuto luogo in America l’anno scorso.

La guerra tra Casa Bianca e Repubblicani ha avuto effetti sull’economia e sulle sue parti più sensibili come l’occupazione. Da Febbraio ad Aprile l’economia in ripresa era passata dall’aggiungere 220.000 nuovi occupati a 251.000. L’estate, il periodo in cui i Repubblicani hanno scatenato l’assalto al Presidente Obama sul debito federale, è diventata una stagione di anemia per l’occupazione (cerchio rosso nel grafico qui sotto) ed a settembre, un mese  month after the debt ceiling was resolved, the economy sped back up and added more than 200,000 jobs.

Klein non vuole fare confusione tra connessione causale vera e propria e correlazione, quindi non esagera nell’attribuire le colpe e precisa:

L’incertezza sul tetto del debito può non essere stata l’unica responsabile per il rallentamento della creazione di occupazione e la caduta della fiducia dei consumatori. Ma ha sicuramente contribuito.

Infatti Klein non fa a meno di presentare sul proprio blog l’indice economico Gallup. Anche qui la freccia rossa connessa, dal punto di vista temporale, alla zuffa politica sul tetto del debito tra Obama e Repubblicani, è davvero loquace. Se dopo aver guardato con attenzione i grafici americani non vi sono venute in mente le riflessioni di ieri di Mario Monti sugli effetti che la governance italiana (da qui alle elezioni 2013) avrà sul giudizio dei mercati, siete più ottimisti dell’autore di questo blog.

 

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Italia: non come la Grecia, come il Giappone

POST PUBBLICATO SU ECONOMINIMA.IT

Con particolare intensità dalla fine della settimana scorsa ci sta investendo un fiume di brutte notizie che ci riguardano o ci riguarderanno presto, sospinto dalle pessime notizie che nelle scorse settimane hanno avuto al centro la Spagna. Notizie a cui tutti più o meno reagiamo con preoccupazione, qualcuno arrabbiandosi o anche indignandosi. E adesso scopriamo che quest’ultimo verbo sta diventando di attualità non solo per i comuni cittadini ma anche per i membri del Governo. Intanto i grafici non sono buoni, in particolare quello delle nostre obbligazioni decennali, che oggi sono arrivate anche al livello di 6,30:

La quotazione del BTp decennale quando è stato pubblicato il post (via marketwatch.com)

A fine giornata il valore di chiusura era di 6,18. Non ai livelli dell’autunno scorso ma il più alto da gennaio, e soprattutto un livello che sono in tanti a pensare non potremo permetterci a lungo, non importa a che livello siano arrivati i “bonos” spagnoli al confronto. E di certo un valore non tranquillizzante con cui affrontare un mese come quello di giugno che da più parti viene segnalato come cruciale (e quindi infernale) per il futuro dei paesi dell’Eurozona. Per il nostro paese in particolare c’è anche stato oggi un supplemento di analisi e di riflessione, da parte dei money-managers. All’agenzia di informazione economica Bloomberg stamattina Ed Parker ha dichiarato di ritenere improbabile che per l’Italia sia in vista l’esigenza di un futuro salvataggio. Un parere favorevole che ha però il difetto di provenire dal Numero 1 di Fitch, una delle tre grandi agenzie di rating mondiali.

Con Josiane Kremer che lo ha intervistato ad Oslo Parker ha messo in fila alcuni argomenti a sostegno della sua convinzione nel confronto con la Spagna: “L’Italia è molto più vicina a raggiungere una posizione sostenibile dal punto di vista macroeconomico. Ha a che fare con un minore deficit di bilancio, ha un deficit delle partite correnti molto più piccolo e non ha questi problemi nel settore bancario”.

Parker non ha nascosto peraltro quanto, considerato il volume del debito pubblico, l’Italia dipendenda dalla situazione dei tassi d’interesse: questo la rende sensibile ai movimenti in positivo o negativo. Se i tassi, al contrario di quello che accade in questi giorni, saranno bassi, la convinzione è che non saremo destinati ad ulteriore consolidamento fiscale.

Quella che per il capo di Fitch Ratings è un’opinione professionale per i cittadini italiani è una speranza con riflessi importanti sul futuro. A questa opinione positiva (sempre con la premessa che quando ci sono di mezzo le agenzie di rating, che qualcuno definisce i “becchini dei mercati”, occorre sia essere prudenti sia… fare gli scongiuri) ecco un altro parere professionale interessante che proviene dal blog del Financial Times, Alphaville e cita un parere dell’analista di Monument Securities Marc Ostwald.

Ostwald richiama l’attenzione sulle marcate differenze tra Spagna ed Italia riguardo alla situazione del risparmio ed al rapporto tra mutui e PIL dei due paesi mediterranei: “Una volta ancora dobbiamo sottolineare che, sebbene l’alto livello di rendimento dei BTP non faccia certo un favore alla banche italiane, e malgrado il fatto che la misura del debito italiano rispetto al PIL al 120% sia brutta, il suo debito sovrano totale si colloca appena sotto i 2.000 miliardi di EUR, ma che il settora finanziario abbia risparmi ed asset di oltre 8.400 miliardi di Eur, e che l’Italia ha un rapporto mutui/PIL appena al disotto del 20% (l’Olanda al contrario ha un rapporto equivalente del 110%!) – e quindi caso mai l’Italia è in effetti simile al Giappone, malgrado le leggende urbane dicano sia simile a Spagna, Irlanda, Portogallo, figuriamoci poi alla Grecia”.

L’autore del blog Paul Murphy definisce l’opinione ottimista/realista. Speriamo che intenda dire: ottimista/realista escluso l’accompagnamento di tsunami, incidenti nucleari, bolla immobiliare speculativa e decade degli anni ’90 persa, deflazione eccetera !

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Quando i burocrati di Basilea spaventano i banchieri tedeschi

Pochi giorni fa Soberlook.com ha pubblicato un grafico che evidenzia la ulteriore contrazione della circolazione di obbligazioni societarie negli USA.  Ecco il breve commento: “Qui vedete la media mobile a quattro settimane delle posizioni dei dealer di obbligazioni corporate primarie (di nuova emissione). Malgrado si sia tirato un po’ il fiato  grazie alla recente attività di nuove emissioni, i portafogli continuano ad assottigliarsi, dato che le banche smagriscono i bilanci in vista delle norme della Dodd Frank e di Basilea III. I portafogli sono adesso ai livelli del 2002, quando il mercato complessivo del debito aziendale era molto più piccolo. Come precedentemente discusso, questo danneggerà la liquidità, particolarmente per le aziende dalle dimensioni medie e più piccole interessate alle emissioni. Nel futuro alcune società potrebbero restare del tutto tagliate fuori dal mercato del debito corporate. Questo non è uno sviluppo positivo per la crescita economica USA”.

Il fenomeno aveva già iniziato a manifestarsi in modo acuto dall’estate 2011 e lo scorso autunno aveva trascinato i volumi di obbligazioni corporate ai minimi degli ultimi otto anni. Lo sviluppo positivo non lo è nemmeno per l’Europa e per l’Italia. Anche perché sembra allontanare l’ipotesi di alternative al tradizionale canale europeo (specie italiano) del finanziamento bancario. In un articolo di fondo sulle pagine della finanza del maggior quotidiano canadese Nicolas Veron, economista del Bruegel Institute, sosteneva che agevolare il credito extra-bancario dovrebbe essere un obiettivo delle future politiche economiche continentali.

Non senza argomenti: “Le crisi bancarie sistemiche sono quasi sempre seguite da una contrazione delle attività del credito per la maggior parte delle banche, un processo conosciuto come deleveraging bancario. Negli USA questo processo non è stato altrettanto traumatico, principalmente grazie alla flessibilità e versatilità del sistema: mentre le banche riducevano la loro esposizione, altri canali del credito restavano attivi o si espandevano, mitigando la stretta creditizia. In molti paesi europei, al contrario, quando le banche hanno iniziato ad applicare standard di credito più restrittivi, ci sono stati poche alternative per aiutare chi chiedeva prestiti, anche quando provvisto di una storia di credito solida. Perciò per la maggior parte dell’Europa l’erogazione del credito è zoppicante, e la situazione è probabilmente destinata a peggiorare nel prossimo futuro”.

Uno degli edifici della Banca dei Regolamenti Internazionali a Basilea (via BIS)

Purtroppo la soluzione di affidarsi di più in Europa ad altri strumenti di erogazione del credito sembra di difficile attuazione nel momento in cui mostra la corda anche sul mercato nordamericano, più aperto su questo versante almeno fino a pochi mesi fa. Per mancanza di alternative a breve termine dunque per le aziende continentali è difficile non fare i conti quotidiani con la stretta creditizia. E qui sono i numeri a dare le dimensioni del problema: secondo i dati BCE, in Italia a marzo 2012 i prestiti a società non finanziarie ammontavano a 903 miliardi di euro, rispetto agli 895 dell’anno prima. Una cifra superiore anche agli 898 miliardi di euro presi a prestito dal sistema produttivo tedesco, ben più grande di quello italiano e avvantaggiato come noto da tassi generosi.

In attesa di un’era in cui la Grande Recessione sia un ricordo e in cui il credito possa appoggiarsi su più pilastri come auspica Veron, diventa quindi vitale sciogliere almeno alcuni dei nodi stretti da burocrazie miopi, come quella che ha casa a Basilea. Sull’inserto di economia de La Repubblica, Andrea greco ricordava come le norme Basilea 3 (che come abbiamo visto hanno un riflesso negativo per l’accesso al credito delle società nordamericane) lo abbiano ancor più per le piccole  e medie aziende italiane. Le banche commerciali italiane vivono di credito a quattro milioni e mezzo di queste PMI.

Uno dei più nascosti e meno noti ma probabilmente più importanti successi italiani in Europa in questi mesi è l’essere riusciti a far approvare dall’Europarlamento una serie di emendamenti alle direttive sui requisiti di capitale. Uno di questi, a regime, introdurrà un coefficiente che nel caso di affidamenti alle PMI rende meno penalizzante la ponderazione (e come noto la direttiva Basilea 3 privilegia il possesso di equities, magari destinate a prossimo declassamento nel teatrino del rating, rispetto ai crediti verso clienti). Non sarà una medicina miracolosa per veder tornare di botto gli impieghi bancari verso le imprese italiane dal 59% in cui erano a marzo 2012 al livello di cinque anni fa del 65% (dati ABI), ma è uno dei piccoli passi che allontanano dal baratro.

E forse un passo non tanto piccolo e perfino destinato al successo. Perché a volte (e questo pare uno di quei casi) quello che esce dalle stanze di Basilea mette in agitazione non solo le periferie mediterranee ma anche il cuore dell’Europa. Si può trovare nella newsletter della Banca d’Inghilterra l’opinione al riguardo di Heinrich Haasis (presidente della DSGV, l’associazione delle influenti casse di risparmio tedesche) espressa al seminario Eurofi a Copenaghen a marzo: “Sostengo che i requisiti di capitale per i prestiti alle PMI dovrebbero giustamente rimanere ai livelli originali di Basilea II. Non ci sono argomentazioni o indicatori di alcun genere che giustifichino la ponderazione del rischio e requisiti di capitale associato per prestiti alla PMI siano alzati al livello di Basilea III”.

Se solo l’interesse dell’Europa periferica e della Germania coincidesse più spesso…

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Aspettando un ministro delle piccole opere

variante di valico: Aglio (FI)

La variante di valico in costruzione nei pressi di Aglio (foto Marzetti)

Oggi due tra i più diffusi quotidiani  europei, il Financial Times e Repubblica, hanno pubblicato due articoli che, visti l’uno accanto all’altro, sono motivo di riflessione. Sul quotidiano economico britannico è uscito un pezzo di Mark Odell che attira l’attenzione sulla forzata disaffezione di automobilisti e camionisti verso le strade a pedaggio. E in particolare si segnala come sia proprio il traffico commerciale ad essere quello più sensibile alle variazioni negative del PIL, un effetto che coinvolge le mediterranee Italia e Spagna ma anche la ben più centrale Francia. Nel primo trimestre 2012 gli operatori autostradali dei primi due paesi (Atlantia e Abertis) hanno avuto un analogo calo del traffico: del 9% circa. A sorpresa c’è stato un piccolo decremento anche in Francia. Nell’infografica del FT qui sotto in basso a destra sono confrontati i dati:

Confronto tra le principali società autostradali di Italia, Spagna e Francia (via Financial Times)

Tutte e due le aziende, e anche la francese Vinci, stanno diversificando, specialmente in America Latina, per mantenere i bilanci in salute. Ma la situazione europea a breve e medio termine per tutti sembra poco rosea, anche se per quanto riguarda l’Italia le stime di Atlantia sono su un più contenuto calo del 5% sui dodici mesi (avendo maltempo e scioperi inciso particolarmente sul primo trimestre). L’amministratore delegato Giovanni Castellucci ha detto al quotidiano della City: “La gente sta iniziando a prendere decisioni sull’allocazione delle risorse del bilancio familiare. Il traffico del fine settimana sta calando tangibilmente dato che più gente sta vicino a casa invece che passare il tempo libero fuori città. L’economia reale ed il benessere delle famiglie sono sufficientemente solidi, ma la fiducia del consumatore è bassa”.

A fare da contrappunto all’articolo precedente stamattina sulla prima pagina dell’inserto di economia de La Repubblica abbiamo trovato un richiamo ad un pezzo intitolato: “Ciaccia vede infrastrutture per 25 miliardi”. A pagina 23 Alessandra Carini intervista il viceministro per le infrastrutture, che spiega come quella cifra sia il risultato dei tre Cipe succedutisi tra dicembre dello scorso anno ed aprile, e che hanno messo in campo soldi reali per opere come l’alta velocità tra Brescia e Treviglio, il Mose, il terzo valico dei Giovi e la linea C della metropolitana romana. Si tratta di una massa di denaro che va a toccare anche il 2013 e riguarda opere già cantierabili.

Una intervista che deve essere sembrata musica al neo-presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che appena eletto si è subito scoperto neo-keynesiano dichiarando al quotidiano Il Sole 24 Ore (pag. 16 dell’8 maggio scorso) che “Nel 1929 gli Usa uscirono dalla crisi con un massiccio programma di investimenti infrastrutturali. Siamo nella stessa situazione”. Una posizione che non  sorprende per un imprenditore che viene dall’edilizia. Infatti c’è nell’articolo altro virgolettato attribuito a Squinzi: “Bisogna rifocalizzarci nel settore dell’edilizia, che da noi non ha conosciuto gli eccessi di altri paesi come la Spagna”.

Ecco, appunto, la Spagna. Paese che (come ricorda una utile infografica sulla stessa pagina di Affari&Finanza in cui compare l’intervista a Ciaccia) ha costruito 13.515 km di autostrade contro i 12.645 della Germania ed i 6.629 dell’Italia e 2.056 km di linee ferroviarie alta velocità contro i 1.285 della Germania e i 923 dell’Italia (dati 2008). Investimenti faraonici avvenuti con generosi fondi europei e che hanno contribuito in modo significativo ai bilanci attuali in rosso di banche, aziende, autonomie locali.

In Spagna e non solo le autostrade difficilmente saranno una gallina dalle uova d’oro nei prossimi lustri. Lo stesso vale per le ferrovie ad alta velocità che (anche qui non solo in Spagna) faticano a coprire gli investimenti. Mentre due pilastri delle Grandi Opere infrastrutturali faticano, si assiste invece ad una crescita di domanda di trasporto, ma a basso costo. In Italia secondo il rapporto “Pendolaria” di Legambiente un settore in crescita è quello del traffico ferroviario pendolare in fuga dal caro-auto e caro-benzina (che ha all’attivo un +7,8% nell’ultimo biennio considerato). La compressione del potere d’acquisto attuale va esattamente nella direzione opposta alla propensione a spendere per servizi potenzialmente migliori. Gli italiani stanno dando vita a tutta la loro ingegnosità quando si tratta di sopravvivere alla crisi, si tratti di sostituire l’auto col treno oppure l’auto con la moto, come sta avvenendo a Milano da quando c’è l’Area C.

I dati sul traffico presentati all’inizio di questo post forse un giorno saranno un irripetibile picco negativo da additare a perplessi studenti di economia. Ma intanto pensiamo non facciano dormire sonni tranquilli a quegli amministratori che hanno lanciato progetti ambiziosi come la nuova BreBeMi da (secondo loro) 60.000 veicoli giornalieri. Gli automobilisti lombardi sono forse rassegnati a cambiare semplicemente casello e pronti a lasciare soldi ad una diversa concessionaria o reagiranno come gli automobilisti toscani (cioè malissimo) alla proposta del pedaggio sulla Firenze-Siena ?

Viene da pensare che durante la Grande Recessione più le grandi opere, materiali o istituzionali, si dimostrano una cocente delusione più la reazione dei cittadini sia di rigetto, per calcolo economico o per convinzione o per entrambe. Una piccola speranza che questa dinamica sia almeno in parte recepita la lascia, a sorpresa, una frase del viceministro: “Senza infrastrutture non si va da nessuna parte. Ma non ci sono solo grandi opere: siamo anche poveri di piccole visto che i Comuni sono strozzati dal patto di stabilità e che spesso queste costituiscono l’humus dal quale nascono le grandi”.

La grande opera sarebbe cominciare e ultimare le piccole opere…

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Da Napoli a Cleveland: buone notizie sulla sanità.

Alla fine di questo mese scadranno i termini per presentare nei dettagli l’impalcatura della nostra spending review. Visti i precedenti è difficile accusare di disfattismo un cittadino italiano che attenda l’esito di questa operazione con cautela, o addirittura con scetticismo. Potrebbe contribuire a rendere meno scettica e/o qualunquista l’opinione pubblica constatare che si andrà a ridimensionare gli sprechi e non a lavorare di tagli indiscriminati o finti tagli, che è stata per anni l’opzione prevalente in Italia.

Non c’è probabilmente settore che influenzi i conti più della sanità. Come ricordava Vincenzo Iurillo a pagina 6 del Fatto Quotidiano di giovedì  17 maggio, due sole Asl campane sono state capaci di produrre l’85% della voragine dei conti pubblici regionali. Cifre che fanno venire voglia di allargare le braccia in segno di resa. Forse per questo di fronte ad un compito apparentemente impossibile alla Regione Campania sono stati messi a supervisionare le situazioni più disperate due ex-alti ufficiali dei Carabinieri: Maurizio Scoppa come commissario straordinario a Napoli e Maurizio Bortoletti a Salerno. Il 31 luglio entrambi daranno l’addio ai loro incarichi dopo soli diciotto mesi.

Peccato. Perché su Blitz Quotidiano del 15 maggio si potevano leggere i risultati ottenuti (nonostante seri scontri con sindacati, dirigenti, opposizione e… Striscia la Notizia!) da Scoppa: “A Napoli c’era è c’è l’azienda sanitaria locale più grande d’Italia, la Napoli 1. Quando si è insediato l’ex generale Scoppa, c’erano un miliardo e 300 milioni di debiti consolidati e un disavanzo che nel 2010 era stato di 460 milioni. Sotto la guida del commissario Scoppa sono stati riorganizzati i dipartimenti, combattuti gli sprechi, ristrutturate le procedure amministrative. Risultati: disavanzo ridotto da 460 a 298 milioni, debito consolidato da 1.300 a 900 milioni. I costi per l’acquisto di beni sono calati del 10%, quelli per il servizi del 5%, le spese per il personale del 20%”. 

Il risultato più interessante ottenuto da Scoppa e dal suo omologo Bartoletti a Salerno è però forse quello che riguarda il drastico taglio nei ritardi dei pagamenti ai fornitori. Un  esito dai sensibili benefici per le casse pubbliche, e che evidentemente non richiede un banchiere o ex-banchiere al timone per essere portato a compimento. Nell’articolo di Iurillo sul Fatto Quotidiano (sottotitolato “Due ufficiali hanno arrestato in un anno il deficit della sanità campana“) l’ex-colonnello affermava: “Oggi l’Asl di Salerno è una tra le pochissime Asl italiane ad aver saldato l’intero 2011 ai fornitori della sanità privata in un momento nel quale si continua a parlare di ritardi di pagamento della Pubblica Amministrazione“.

Bartoletti in particolare si è segnalato per aver fatto passare i ritardi nel pagamento delle fatture da 500 giorni (con automatica pioggia di contenziosi legali onerosissimi), a tempi adeguati agli standard previsti dall’Unione Europea. Purtroppo la sanità ha una cattiva reputazione sull’affidabilità dei conti anche nelle regioni virtuose, come la Toscana in cui di recente sono stati arrestati tre ex-amministratori per i numeri truccati per sei anni nei bilanci dell’Asl di Massa. Con tali premesse basate su bilanci a volte ballerini, stabilire con certezza quanto abbiano giovato le amministrazioni commissariali dei Carabinieri ai cittadini campani e italiani richiederà un po’ di tempo.

Ma la pagina delle stellette ai vertici delle Asl campane lascia un po’ di speranza anche per il settore apparentemente più refrattario a resistere alla lotta agli sprechi. Un passo da compiere è certamente quello visto a Napoli e Salerno e riguarda la qualità della gestione. L’altro riguarda i medici e il nocciolo duro della sanità stessa.

“Eliminare cure inutili non è razionamento. E’ medicina integra e sana economia”. Così si concludeva l’editoriale del 9 aprile scorso del New York Times, (Do You Need That Test?). Si tratta di uno di quegli articoli che ci aiutano a ricordare quanto grande sia la differenza tra “tagli” e “sprechi” e quanto importante sia non confondere le due cose soprattutto in tempi di crisi. In particolare in un settore come la sanità che, in molti paesi e Stati Uniti ed Italia sono fra questi, è stata nel corso degli ultimi anni un motore di crescita, ma di una crescita sfuggita di mano e priva di direzione, tanto da trasformare lo spreco in voragine e la crescita in “bolla”.

Nella direzione opposta va l’iniziativa del dottor Howard Brody, partita da un suo articolo del 2010 sul New England Journal of Medicine. Ad essa hanno aderito cardiologi, allergologi, radiologi eccetera, di nove gruppi di varie specialità che hanno lavorato per individuare cinque test per ogni settore di cui non si possa dire che abbiano benefici certi ma che anzi in qualche caso possano fare più male che bene. Fanno parte della lista ad esempio risonanza magnetica della parte inferiore della spina dorsale entro sei settimane da dolori alla schiena, raggi X al petto per pazienti prima di chirurgia ambulatoriale, ed antibiotici prescritti per infezioni al seno nasale che quasi sempre sono causate da virus.

L’editoriale commenta: “Se i costi della sanità potranno mai essere condotti sotto controllo, i dottori del paese dovranno giocare un ruolo guida nell’eliminare le terapie non necessarie”. L’intervento individuale sugli sprechi è essenziale, anche se appare un contributo esiguo a fronte di un settore elefantiaco. Cresciuto talmente a dismisura che anche una riforma come quella americana si presta a letture opposte: secondo la Presidenza e la ragioneria del Congresso nel corso di un decennio dovrebbe servire a risparmiare fino a $132 miliardi, mentre studi di una fondazione conservatrice basata alla George Mason University sostengono all’opposto che creerà un deficit tra i $340 ed i $527 miliardi.

Quello che va sottolineato nell’iniziativa partita dal dottor Brody, è che l’impulso dato all’eliminazione di sprechi è partito parallelamente ad una settore che, dopo la riforma Obama, ha allargato il numero di persone che include, mentre da questa parte dell’Atlantico i tagli si sono accompagnati e si accompagnano a politiche di austerity che tendono ad escludere cittadini in numero sempre crescente.

Il 31 marzo scorso sul Washington Post il corsivista David Ignatius, prendendo spunto dalla battaglia costituzionale in corso davanti alla Corte Suprema sulla riforma sanitaria di Obama, ha deciso di rivolgersi proprio ad un dottore per sapere cosa ne pensa del futuro della sanità uno che vive la materia ogni giorno sul campo. E’ un parere che fornisce delle indicazioni interessanti e mostra un percorso anche per chi non vive in America. Il medico infatti è Delos “Toby” Cosgrove, amministratore delegato della Cleveland Clinic, un network privato da $6 miliardi tra i più prestigiosi ed efficienti fornitori di servizi sanitari del paese.

“Cosgrove”, dice Ignatius, “mi ha spiegato come il sistema sanitario sia stato trasformato da pressioni economiche fondamentali che hanno preceduto nel tempo la nuova legge e continueranno, in ogni caso. Parlando a Cosgrove, si recepisce la sensazione che la versione politica (ed ora anche legale) del contenzioso sulla riforma sanitaria sia per molti aspetti una distrazione da quello che più conta, che è come le cure sono realmente erogate ai pazienti. E questo sta cambiando inesorabilmente, per le sottostanti pressioni sui costi.

I giudici potrebbero mettere nel cassetto la riforma di Obama, ed avremmo comunque una rivoluzione nell’erogazione di servizi sanitari che promettono migliori cure per gli americani, ad un costo inferiore. Il Patient Protection and Affordable Care Act (legge per la protezione del paziente e per la cura sostenibile) renderà questo sistema accessibile a più americani, per cui lo appoggio per ragioni di equità. Ma anche se l’obbligatorietà di acquistare un’assicurazione sparisse, ospedali e dottori continueranno a muoversi verso il nuovo mondo della sanità.

Si dovrà capire che l’attuale dibattito è su finanziamento ed accesso, non sull’erogazione del servizio sanitario. Come dice Cosgrove: ‘Quel treno è già partito’. Tirando le somme dall’analisi di Cosgrove, ecco una sintesi dei cambiamenti già in gioco:

● Gli ospedali si stanno consolidando. Oggi, dice Cosgrove, il 60 % degli ospedali sono parte di sistemi di reti sanitarie; un esempio è la Cleveland Clinic, che ha sedi in quattro stati, incluso la casa madre in Ohio. Questi gruppi continueranno a fondersi nella loro spinta verso una maggiore efficienza. E’ lo stesso processo che avviene in ogni settore, da quello bancario a quello librario. Renderà le terapie un po’ più impersonali, ma anche più economiche e migliori.

Questa razionalizzazione chiuderà piccoli ed inefficienti ospedali locali (un funzionario americano stima che fino a 1.000 ospedali debbano esser chiusi. Come risultato avremo meno letti d’ospedale, più day hospital e terapie domiciliari. Quello che spinge verso le fusioni sono i fondi di Medicare (il servizio statale di tutela sanitaria per gli anziani) destinati a diminuire, richiedendo agli ospedali di tagliare i costi.

● I dottori diventeranno dipendenti, adeguandosi alla tendenza spinta dalla Cleveland e Mayo Clinic e da altri maggiori fornitori di servizi sanitari. Oggi, circa il 60% dei medici americani sono a libro paga, oltre il 10% in più rispetto a parecchi anni fa. Cosgrove prevede che questo aumenterà almeno fino al 70% nel corso della prossima decade.

Dottori dipendenti non avranno lo stesso incentivo economico  a fornire terapie costose che possano non essere ragionevoli per la cura dei pazienti. Saranno ben pagati (un internista alla Cleveland Clinic parte da circa $120.000), ma non riceveranno i salari stratosferici che un una volta giusitificavano i sogni di molti medici di guidare la propria Porsche.

Nel frattempo, la scarsità di medici ed infermiere implica che tirocinanti (e meno costosi) anziani stanno fornendo più cure. Un assistente medico, sempre più spesso, si occuperà di malattie minori; nelle sale operatorie, secondo Cosgrove, il 40% dei presenti sono tecnici piuttosto che medici o infermieri”.

Come abbiamo letto le indicazioni del dottor Cosgrove si possono raggruppare in tre settori: razionalizzazione, personale e informatizzazione. Quest’ultimo punto è in corso in Italia con il percorso di avvicinamento capillare al fascicolo sanitario elettronico ed alla carta personale.

Il consolidamente degli ospedali è un processo che conosciamo bene anche in Italia, sia con la chiusura delle unità troppo piccole per essere produttive che con la riduzione dei posti letto. Se ne parla da anni e questi interventi hanno fatto spendere tempo a regioni, parlamento e governo. In un articolo del Sole 24 Ore la Finanziaria 2009 che prescriveva “I posti letto per acuti dovranno passare entro il 2014-2015 da 3,5 a 3 ogni mille abitanti, con un passaggio intermedio dal 2011 di 3,3 posti letto per mille abitanti. E allo stesso tempo il «tasso di ospedalizzazione» dovrà essere abbattuto dagli attuali 160 ricoveri ogni mille abitanti a 130 (a 145 nel 2011). Valori che attualmente (2009) pochissime Regioni rispettano, in pratica solo Toscana e Veneto. Il taglio del tasso di ospedalizzazione, se fatto con l’accetta, varrebbe 3,7 milioni di ricoveri in meno rispetto al 2007″. 

Ci sono regioni come quella in cui abita chi scrive, la Toscana, che nel 1988 avevano 93 ospedali con 23.108 posti letto: dimensione media 248 posti letto e 6,4 posti letto per 1.000 abitanti. Ma erano ospedali vecchi, di cui 22 addirittura fatti prima del 1400, 14 di epoca tra il 1400 e il 1860 e 26 costruiti tra il 1861 e il 1920. La riorganizzazione inizialmente non è stata gradita, specialmente nelle piccole comunità, ma gli effetti positivi a lungo termine sono serviti ai bilanci contribuendo a fare della regione una di quelle considerate efficienti in questo campo.

La Toscana del resto non è stata sola ad andare in questa direzione. Secondo un articolo di Quotidiano Sanità redatto da Luciano Fassari e Giovanni Rodriquez, tra il 2000 e il 2009 tagliato il 15% dei posti letto ospedalieri, soprattutto nel pubblico. In tutto quasi 45 mila posti letto tagliati dal 2000 al 2009, pari al 15,1% del totale con un rapporto posti letto abitanti passato dal 5,1 ogni mille abitanti di 12 anni fa, al 4,2 attuale (di cui 3,6 per mille dei letti per acuti e 0,6 per mille per le lungodegenze). Una delle critiche più forti alla gestione del generale Scoppa a Napoli riguardava proprio questo tema, le razionalizzazioni: sempre poco gradite specie se toccano le piccole comunità.

Purtroppo i passi fatti nella direzione della lotta agli sprechi sono sempre a rischio: senza voler accennare al malaffare, la ricerca di scorciatoie e favori sono un male tipico italiano che solo un cambio di mentalità permanente può sradicare. La guerra agli sprechi peraltro ha nella sanità la sua prima linea, e che schermaglie siano state vinte in città che un tempo erano sinonimo di cattiva gestione (quelle campane certamente, ma anche la stessa Cleveland, in America per anni simbolo di declino irreparabile) è tutt’altro che un cattivo auspicio.

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La fabbrica della paura produce rendimenti bassi

La settimana attuale sembra voler rivaleggiare con quella precedente per le scosse che sta infliggendo ai mercati dell’Eurozona. A ben guardare anche il lunedì, pur concluso con indici in deciso rialzo, aveva mandato i primi segnali di tempesta. Il più importante dei quali è stato la diffusione da parte della Banca d’Italia dei dati sulla bilancia dei pagamenti del mese di marzo, riportata qui sotto.

Non hanno impiegato molto gli analisti ad aprire i loro grafici e ad osservare come marzo abbia fatto registrare il più consistente deflusso di sempre di denaro investito in Italia, liberatisi di obbligazioni a medio e lungo termine per un importo di circa 38 miliardi di Euro. Un fatto che non è stato  compensato da un pur consistente flusso rivolto al rientro entro i confini del Bel Paese e che ha spinto verso l’alto la percentuale di debito sovrano in mano italiana, debito per cui la disaffezione degli investitori esteri è cresciuta in modo consistente.

Ma questa tabella ci sta forse fornendo anche i numeri di una versione “sotto steroidi” della corsa allo sportello di cui abbiamo appreso da tempo nella vicina Grecia e, più di recente, nella Spagna delle banche appesantite dallo sboom dell’edilizia? La prima reazione in tal caso potrebbe ricordare forse quella delle numerose parodie dei più noti film horror: in cui ad un certo punto alle urla di terrore se ne aggiungono altre ancora più acute finché nessuno sa più perché stia urlando. Il che, invece della voglia di correre a comprare delle sterline d’oro o dei kruger-rand da seppellire in giardino (ma l’indice dell’oro sta scendendo: nessuno sta gridando più di terrore in giro per il mondo?) a chi scrive fa sempre scattare la voglia irrefrenabile di leggere opinioni più flemmatiche.

E di più flemmatiche difficilmente  se ne trovano di quelle dell’inglesissimo Matthew Lynn che nella sua colonna di ieri su Marketwatch.com  non manca di sottolineare come ormai si sia formato un vero e proprio ingorgo di economisti pronti a sgomitare per spiegare in TV o su un sito internet dedicato alla finanza a quale punto la potenziale uscita della Grecia dall’Eurozona sia una minaccia globale.

Ma Lynn non crede all’inevitabilità dell’effetto catastrofico a catena, ed anzi pubblica il parere del money manager David Marcus (di Evermore Global Advisers):  “Dopo la crisi asiatica del 1997 tutti scapparono da quel mercato. Ma quelli che sono entrati allora hanno fatto un bel mucchio di soldi. Lo stesso potrebbe essere vero in Europa”.

Il parere di Marcus non è poi così solitario, anche se scegliere di scriverlo in queste righe mentre è appena finito l’ennesimo inconcludente vertice europeo, può apparire temerario. Il fatto è che il signor Michael Kurtz della banca giapponese Nomura nella sua nota periodica si chiede perché pensare che stia andando a fondo proprio e solo l’Eurozona se praticamente tutti i mercati e gli indici nell’ultimo mese sono stati presi a calci nel fondo schiena. E presenta il seguente grafico, riprodotto pari pari da Business Insider, che è piuttosto eloquente: solo dollaro e obbligazioni del Tesoro americane nelle colonne a sinistra, non sono sottacqua.

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La psicologia gioca molto in questa fase e Kurtz non manca di farlo notare: “Una giuria raccogliticcia sembra aver deciso anche in vostra vece che la piccola Grecia sia un disastro globale incontrollabile ormai alla vigilia del verificarsi … ma nel chiedervi di far vostro quel verdetto e di cercare la sicurezza delle obbligazioni americane, per esempio, l’industria della paura vi chiede di accontentarvi di un rendimento di solo l’1,7% in un mondo in cui ancora è in piedi l’aspettativa di un PIL nominale 2012 del 5,0%, e del 5,5% per l’anno seguente”.

Kurtz parla dei tassi ma potrebbe benissimo riferirsi con la stessa logica ai tassi di interesse del debito pubblico tedesco, in cui ieri abbiamo visto i Bund a trent’anni scendere sotto la soglia del rendimento del 2%. Un altro mattone dell’edificio della repressione finanziaria che serve, ma non a tutti, a smaltire i debiti sovrani.

Ma torniamo all’Italia, in cui non è raro oggi sentire chiedere la gente a vicenda rassicurazioni che ormai vanno già oltre le vessazioni fiscali, per interrogarsi sul futuro di pilastri ancor più basilari come i semplici conti correnti. Flussi intraeuropei e tassi minimi dei paesi esenti dal rischio implicano forse che siamo alla soglia di una corsa allo spostamento all’estero? Invece di rispondere sul futuro cerchiamo di capire cosa vogliono dire quei numeri del recente passato, quelli della bilancia dei pagamenti. Il blog Alphaville del Financial Times ieri mattina riportava, grazie all’occhio acuto di Kate Mackenzie, una analisi di Alan Ruskin della Deutsche Bank, che forse per assonanza coll’omonimo ottocentesco che tanto amava l’Italia procede a snocciolare un ragionamento che la Mackenzie riassume così nel titolo “Ma allora il deflusso di capitali dall’Italia non è poi così drammatico ?”

Ruskin non smentisce affatto che la cifra in uscita dall’Italia (parliamo di investimenti in azioni ed obbligazioni) sia trascurabile, anzi, precisa che si tratta di un incremento cresciuto di sei volte rispetto alle cifre dell’anno precedente. Il grafico seguente riassume i flussi con quelli in entrata, su media trimestrale, in azzurro e quelli in uscita in rosso.

Però Ruskin invita domandarsi se una fetta consistente del flusso verso l’estero non sia in realtà una somma destinata al ripagare debito arrivato a maturazione. E ha dalla sua i dati sulla massiccia quota di emissioni obbligazionarie bancarie che giungono a scadenza nella prima metà, e che in molti casi, data l’intenzione della maggior parte degli istituti di mettere a dieta i bilanci, possono aver comportato la scelta di non rinnovarli né di procedere a nuove emissioni. Secondo stime riportate nel post le banche italiane avrebbero scadenze a maturazione (tra secondo e quarto trimestre 2012) ammontanti a 40 milioni di euro (le spagnole devono a far fronte ad un importo più che doppio).

Europe banks debt maturing 2012 - Barcap via Prag Cap

La logica è che se sfruttando il programma di finanziamento triennale della BCE una volta onorati i debiti non si fosse proceduto a nuove emissioni, il flusso NON potrebbe che apparire come unidirezionale, uscendo dall’Italia, e poi dando vita a cascata alle compensazioni via banche centrali del sistema Target2, con i bilanci di aprile che riguardano l’Italia saliti a 279 miliardi di euro. La risposta all’ipotesi di Ruskin la daranno i prossimi mesi: flussi di portafoglio che continuassero ai ritmi attuali farebbero pensare che non si tratti solo di ridimensionamento del debito ma di vera e proprio esodo.

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Un mattone contro la vetrina di Wall Street

Il sempre stimolante blog soberlook.com ha da poco pubblicato il grafico che vedete qui sotto. L’indice immobiliare Case-Shiller (il tracciato azzurro) è nato col nuovo secolo e in questo arco di tempo ha sovra-performato l’indice di Borsa Standard & Poor’s 500 (in rosso). Il grafico azzurro oltretutto non computa il valore del reddito reale o virtuale derivante dall’eventuale affitto riscosso o evitato dall’investitore.

Il confronto parla da sé. Se si pensa che il mercato immobiliare americano, devastato dalla crisi dei mutui facili, è arrivato a prezzi inferiori del 34% rispetto al picco del 2006 e nonostante questo fa ancora una bella figura rispetto all’indice azionario (un tempo) più rispettato, diventa inutile domandarsi come mai i volumi degli scambi azionari siano ancora lontani dai tempi d’oro: cinque anni dopo sono ancora sui livelli del 2007, mentre dopo i precedenti scivoloni in un paio d’anni si tornava ai volumi pre-crisi.

Indubbiamente non c’è che da guardarsi intorno per capire la sfiducia: cattivi o pessimi esempi da parte di società di ogni settore, scorciatoie, trucchi. Fino a non molto tempo fa Wall Street riusciva a nascondere rapidamente sotto il tappeto ogni malefatta e ad assorbire il colpo. Un paio d’anni prima dell’inizio della Grande Recessione il Professor Thomas Z. Lys della Kellogg School of Management presso la Northwestern University aveva fatto i conti in tasca alla redditività degli immobili rispetto agli indici azionari ed aveva concluso che solo nelle zone a più alta concentrazione di ricchezza come New York, Boston o la Silicon Valley i valori degli immobili (considerati come investimento e quindi includendo anche il reddito accantonato grazie agli affitti non pagati) battevano l’indice S&P 500, con una crescita su base annuale del 15% contro il 12% dell’indice azionario di quel periodo. Ma la redditività nazionale degli immobili era battuta dall’S&P 500, fermandosi ad un modesto 7%.

E’ forse giunto il momento in cui gli investitori del mondo industrializzato stanno per italianizzarsi collettivamente e chi ha la fortuna di avere ancora risorse punterà sugli immobili come ultima risorsa? Non i questi termini, ma pochi giorni fa il Wall Street Journal si è chiesto se non sia giunto il momento di tornare a comprar casa: e l’economista Eric Lascelles sostiene che acquistare è oggi più conveniente che affittare nella stragrande maggioranza dei mercati residenziali U.S.A., con uno sconto effettivo di circa un terzo rispetto alla norma degli ultimi anni.

Di parere opposto il money manager A. Gary Shilling: la cifra su cui attira l’attenzione sono i due milioni di case da piazzare (purtroppo la stessa quantità che appesantisce la molto più piccola economia spagnola…), un portafoglio immobiliare che al livello attuale richiederebbe quattro anni per essere assorbito. Si prospetta quindi un quadriennio di altri ribassi di prezzi, continuando una corsa al ribasso che nel mercato del mattone americano non si vedeva più su base nazionale dagli anni ’30. Shilling è anche attento a segnalare come questo calcolo lasci fuori molte altre unità destinate all’esproprio ed anche il nuovo (per il costume americano) fenomeno dei giovani che come in Italia rinunciano a lungo a mettere su casa. Analogamente a quanto avvenuto in settori maturi come quello auto, i numeri di alcune annate sono da dimenticare e gli obiettivi da ricalibrare: in questo senso i numeri delle case nuove americane richiederebbero ancora tempo per tornare alla media degli ultimi anni.

E’ finita definitivamente anche l’illusione  della casa da sfruttare come un bancomat e come un investimento che faceva sentire chiunque un fenomenale money manager, grazie alla costante direzione verso dei prezzi verso l’alto. Jack Hough, dalla sua colonna per Marketwatch.com, ha forse in serbo il miglior consiglio per chiunque: concentrarsi sul valore funzionale, che è poi il consiglio mai tramontato nelle famiglie italiane, salvo gli eccessi recenti. Hough segnala come i prezzi immobiliari americani, tenendo conto dell’inflazione siano tornati al 1998, ma anche al 1986… ed al 1955! Insomma “dando una limata agli eccessi in alto o in basso (anni ’20 e metà-2000) e inserendo nel calcolo l’inflazione, i prezzi degli immobili non sono andati da nessuna parte per più di un secolo!” Certo da loro aiutano i tassi attuali (trentennali fissi sotto il 4%), che rendono la scelta di chi ha mezzi facile.

E in Italia ? Quando il salario disponibile darà i primi segni di sfuggire alla stretta della recessione anche qui il mattone sarà la sola scelta ragionevole ? Corriere Economia ha presentato il 30 aprile uno studio sfoggiato dieci giorni prima al Salone del Risparmio: in una maratona ventennale di rendimento BTp e immobili hanno sbaragliato la concorrenza, con gli immobili trionfatori a 15 anni (144%) e i bond a venti anni (275%). L’investimento meno volatile, quello immobiliare, ovviamente ha brillato meno a 5 e 10 anni.

Sull’inserto immobiliare del Sole 24 Ore (Casa24 Plus) in prima pagina il 24 novembre 2011 appariva lo studio dell’Osservatorio Immobiliare di Nomisma: sottolineava come volumi e valori di vendite dal 1997 non fossero stati così bassi, e con prezzi previsti ancora in calo fino a tutto il 2013. Ma i dati diffusi lo scorso 10 maggio dall’Osservatorio Immobiliare dell’Agenzia del Territorio segnalavano che se nel 2011 le vendite sono state 603.176, il 2,3% in meno rispetto al 2010 e con le grandi città in controtendenza, i prezzi hanno sostanzialmente tenuto. In particolare le case di valore, che secondo uno studio della Scenari Immobiliari di Mario Breglia sono anche le sole su scala ventennale a battere (di poco) l’inflazione, con una rivalutazione netta del 3% a fronte di una perdita del 13% circa per gli immobili che non rientrano tra quelli di lusso.

Il Censis prevede proprio per quest’anno valori in calo (fino al 20%), soprattutto come conseguenza della nuova fiscalità. Una realtà che a breve termine alleggerirà senza complimenti le tasche di tutti. Ma che induce anche a chiedersi se non possa essere la scintilla necessaria a riavviare un mercato vitale. Il 29 settembre 2011 sull’inserto del Sole 24 Ore, Casa24Plus a pagina 9 appariva l’articolo titolato “In Italia il via alla ripresa scatterà dal reprincing”. Nell’intervista a Paola Dezza, Federico Chiavazza, docente di finanza immobiliare alla SDA Bocconi, insisteva su questo argomento: “Il nostro è uno dei pochissimi paesi in cui il repricing degli immobili non è avvenuto. Le banche di fatto sono il soggetto che ha permesso che questo si verificasse, hanno svolto un ruolo da equilibratore del mercato. Le banche hanno preferito sostenere molte realtà immobiliari e non, anche tecnicamente fallite, piuttosto che ritrovarsi con portafogli immobiliari che non sanno e che non vogliono gestire. Mercati ben più solidi come Londra e New York hanno subito sconti drammatici tra il 2008 e il 2009 e ora il real estate è tornato su livelli simili a prima del 2008. Da noi tutto questo non è successo. Il 2012 sarà l’anno della resa dei conti, le banche non potranno più sostenere questa situazione. E’ necessario un riallineamento dei prezzi alle esigenze dei compratori”.

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