Aspettando un ministro delle piccole opere

variante di valico: Aglio (FI)

La variante di valico in costruzione nei pressi di Aglio (foto Marzetti)

Oggi due tra i più diffusi quotidiani  europei, il Financial Times e Repubblica, hanno pubblicato due articoli che, visti l’uno accanto all’altro, sono motivo di riflessione. Sul quotidiano economico britannico è uscito un pezzo di Mark Odell che attira l’attenzione sulla forzata disaffezione di automobilisti e camionisti verso le strade a pedaggio. E in particolare si segnala come sia proprio il traffico commerciale ad essere quello più sensibile alle variazioni negative del PIL, un effetto che coinvolge le mediterranee Italia e Spagna ma anche la ben più centrale Francia. Nel primo trimestre 2012 gli operatori autostradali dei primi due paesi (Atlantia e Abertis) hanno avuto un analogo calo del traffico: del 9% circa. A sorpresa c’è stato un piccolo decremento anche in Francia. Nell’infografica del FT qui sotto in basso a destra sono confrontati i dati:

Confronto tra le principali società autostradali di Italia, Spagna e Francia (via Financial Times)

Tutte e due le aziende, e anche la francese Vinci, stanno diversificando, specialmente in America Latina, per mantenere i bilanci in salute. Ma la situazione europea a breve e medio termine per tutti sembra poco rosea, anche se per quanto riguarda l’Italia le stime di Atlantia sono su un più contenuto calo del 5% sui dodici mesi (avendo maltempo e scioperi inciso particolarmente sul primo trimestre). L’amministratore delegato Giovanni Castellucci ha detto al quotidiano della City: “La gente sta iniziando a prendere decisioni sull’allocazione delle risorse del bilancio familiare. Il traffico del fine settimana sta calando tangibilmente dato che più gente sta vicino a casa invece che passare il tempo libero fuori città. L’economia reale ed il benessere delle famiglie sono sufficientemente solidi, ma la fiducia del consumatore è bassa”.

A fare da contrappunto all’articolo precedente stamattina sulla prima pagina dell’inserto di economia de La Repubblica abbiamo trovato un richiamo ad un pezzo intitolato: “Ciaccia vede infrastrutture per 25 miliardi”. A pagina 23 Alessandra Carini intervista il viceministro per le infrastrutture, che spiega come quella cifra sia il risultato dei tre Cipe succedutisi tra dicembre dello scorso anno ed aprile, e che hanno messo in campo soldi reali per opere come l’alta velocità tra Brescia e Treviglio, il Mose, il terzo valico dei Giovi e la linea C della metropolitana romana. Si tratta di una massa di denaro che va a toccare anche il 2013 e riguarda opere già cantierabili.

Una intervista che deve essere sembrata musica al neo-presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che appena eletto si è subito scoperto neo-keynesiano dichiarando al quotidiano Il Sole 24 Ore (pag. 16 dell’8 maggio scorso) che “Nel 1929 gli Usa uscirono dalla crisi con un massiccio programma di investimenti infrastrutturali. Siamo nella stessa situazione”. Una posizione che non  sorprende per un imprenditore che viene dall’edilizia. Infatti c’è nell’articolo altro virgolettato attribuito a Squinzi: “Bisogna rifocalizzarci nel settore dell’edilizia, che da noi non ha conosciuto gli eccessi di altri paesi come la Spagna”.

Ecco, appunto, la Spagna. Paese che (come ricorda una utile infografica sulla stessa pagina di Affari&Finanza in cui compare l’intervista a Ciaccia) ha costruito 13.515 km di autostrade contro i 12.645 della Germania ed i 6.629 dell’Italia e 2.056 km di linee ferroviarie alta velocità contro i 1.285 della Germania e i 923 dell’Italia (dati 2008). Investimenti faraonici avvenuti con generosi fondi europei e che hanno contribuito in modo significativo ai bilanci attuali in rosso di banche, aziende, autonomie locali.

In Spagna e non solo le autostrade difficilmente saranno una gallina dalle uova d’oro nei prossimi lustri. Lo stesso vale per le ferrovie ad alta velocità che (anche qui non solo in Spagna) faticano a coprire gli investimenti. Mentre due pilastri delle Grandi Opere infrastrutturali faticano, si assiste invece ad una crescita di domanda di trasporto, ma a basso costo. In Italia secondo il rapporto “Pendolaria” di Legambiente un settore in crescita è quello del traffico ferroviario pendolare in fuga dal caro-auto e caro-benzina (che ha all’attivo un +7,8% nell’ultimo biennio considerato). La compressione del potere d’acquisto attuale va esattamente nella direzione opposta alla propensione a spendere per servizi potenzialmente migliori. Gli italiani stanno dando vita a tutta la loro ingegnosità quando si tratta di sopravvivere alla crisi, si tratti di sostituire l’auto col treno oppure l’auto con la moto, come sta avvenendo a Milano da quando c’è l’Area C.

I dati sul traffico presentati all’inizio di questo post forse un giorno saranno un irripetibile picco negativo da additare a perplessi studenti di economia. Ma intanto pensiamo non facciano dormire sonni tranquilli a quegli amministratori che hanno lanciato progetti ambiziosi come la nuova BreBeMi da (secondo loro) 60.000 veicoli giornalieri. Gli automobilisti lombardi sono forse rassegnati a cambiare semplicemente casello e pronti a lasciare soldi ad una diversa concessionaria o reagiranno come gli automobilisti toscani (cioè malissimo) alla proposta del pedaggio sulla Firenze-Siena ?

Viene da pensare che durante la Grande Recessione più le grandi opere, materiali o istituzionali, si dimostrano una cocente delusione più la reazione dei cittadini sia di rigetto, per calcolo economico o per convinzione o per entrambe. Una piccola speranza che questa dinamica sia almeno in parte recepita la lascia, a sorpresa, una frase del viceministro: “Senza infrastrutture non si va da nessuna parte. Ma non ci sono solo grandi opere: siamo anche poveri di piccole visto che i Comuni sono strozzati dal patto di stabilità e che spesso queste costituiscono l’humus dal quale nascono le grandi”.

La grande opera sarebbe cominciare e ultimare le piccole opere…

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Da Napoli a Cleveland: buone notizie sulla sanità.

Alla fine di questo mese scadranno i termini per presentare nei dettagli l’impalcatura della nostra spending review. Visti i precedenti è difficile accusare di disfattismo un cittadino italiano che attenda l’esito di questa operazione con cautela, o addirittura con scetticismo. Potrebbe contribuire a rendere meno scettica e/o qualunquista l’opinione pubblica constatare che si andrà a ridimensionare gli sprechi e non a lavorare di tagli indiscriminati o finti tagli, che è stata per anni l’opzione prevalente in Italia.

Non c’è probabilmente settore che influenzi i conti più della sanità. Come ricordava Vincenzo Iurillo a pagina 6 del Fatto Quotidiano di giovedì  17 maggio, due sole Asl campane sono state capaci di produrre l’85% della voragine dei conti pubblici regionali. Cifre che fanno venire voglia di allargare le braccia in segno di resa. Forse per questo di fronte ad un compito apparentemente impossibile alla Regione Campania sono stati messi a supervisionare le situazioni più disperate due ex-alti ufficiali dei Carabinieri: Maurizio Scoppa come commissario straordinario a Napoli e Maurizio Bortoletti a Salerno. Il 31 luglio entrambi daranno l’addio ai loro incarichi dopo soli diciotto mesi.

Peccato. Perché su Blitz Quotidiano del 15 maggio si potevano leggere i risultati ottenuti (nonostante seri scontri con sindacati, dirigenti, opposizione e… Striscia la Notizia!) da Scoppa: “A Napoli c’era è c’è l’azienda sanitaria locale più grande d’Italia, la Napoli 1. Quando si è insediato l’ex generale Scoppa, c’erano un miliardo e 300 milioni di debiti consolidati e un disavanzo che nel 2010 era stato di 460 milioni. Sotto la guida del commissario Scoppa sono stati riorganizzati i dipartimenti, combattuti gli sprechi, ristrutturate le procedure amministrative. Risultati: disavanzo ridotto da 460 a 298 milioni, debito consolidato da 1.300 a 900 milioni. I costi per l’acquisto di beni sono calati del 10%, quelli per il servizi del 5%, le spese per il personale del 20%”. 

Il risultato più interessante ottenuto da Scoppa e dal suo omologo Bartoletti a Salerno è però forse quello che riguarda il drastico taglio nei ritardi dei pagamenti ai fornitori. Un  esito dai sensibili benefici per le casse pubbliche, e che evidentemente non richiede un banchiere o ex-banchiere al timone per essere portato a compimento. Nell’articolo di Iurillo sul Fatto Quotidiano (sottotitolato “Due ufficiali hanno arrestato in un anno il deficit della sanità campana“) l’ex-colonnello affermava: “Oggi l’Asl di Salerno è una tra le pochissime Asl italiane ad aver saldato l’intero 2011 ai fornitori della sanità privata in un momento nel quale si continua a parlare di ritardi di pagamento della Pubblica Amministrazione“.

Bartoletti in particolare si è segnalato per aver fatto passare i ritardi nel pagamento delle fatture da 500 giorni (con automatica pioggia di contenziosi legali onerosissimi), a tempi adeguati agli standard previsti dall’Unione Europea. Purtroppo la sanità ha una cattiva reputazione sull’affidabilità dei conti anche nelle regioni virtuose, come la Toscana in cui di recente sono stati arrestati tre ex-amministratori per i numeri truccati per sei anni nei bilanci dell’Asl di Massa. Con tali premesse basate su bilanci a volte ballerini, stabilire con certezza quanto abbiano giovato le amministrazioni commissariali dei Carabinieri ai cittadini campani e italiani richiederà un po’ di tempo.

Ma la pagina delle stellette ai vertici delle Asl campane lascia un po’ di speranza anche per il settore apparentemente più refrattario a resistere alla lotta agli sprechi. Un passo da compiere è certamente quello visto a Napoli e Salerno e riguarda la qualità della gestione. L’altro riguarda i medici e il nocciolo duro della sanità stessa.

“Eliminare cure inutili non è razionamento. E’ medicina integra e sana economia”. Così si concludeva l’editoriale del 9 aprile scorso del New York Times, (Do You Need That Test?). Si tratta di uno di quegli articoli che ci aiutano a ricordare quanto grande sia la differenza tra “tagli” e “sprechi” e quanto importante sia non confondere le due cose soprattutto in tempi di crisi. In particolare in un settore come la sanità che, in molti paesi e Stati Uniti ed Italia sono fra questi, è stata nel corso degli ultimi anni un motore di crescita, ma di una crescita sfuggita di mano e priva di direzione, tanto da trasformare lo spreco in voragine e la crescita in “bolla”.

Nella direzione opposta va l’iniziativa del dottor Howard Brody, partita da un suo articolo del 2010 sul New England Journal of Medicine. Ad essa hanno aderito cardiologi, allergologi, radiologi eccetera, di nove gruppi di varie specialità che hanno lavorato per individuare cinque test per ogni settore di cui non si possa dire che abbiano benefici certi ma che anzi in qualche caso possano fare più male che bene. Fanno parte della lista ad esempio risonanza magnetica della parte inferiore della spina dorsale entro sei settimane da dolori alla schiena, raggi X al petto per pazienti prima di chirurgia ambulatoriale, ed antibiotici prescritti per infezioni al seno nasale che quasi sempre sono causate da virus.

L’editoriale commenta: “Se i costi della sanità potranno mai essere condotti sotto controllo, i dottori del paese dovranno giocare un ruolo guida nell’eliminare le terapie non necessarie”. L’intervento individuale sugli sprechi è essenziale, anche se appare un contributo esiguo a fronte di un settore elefantiaco. Cresciuto talmente a dismisura che anche una riforma come quella americana si presta a letture opposte: secondo la Presidenza e la ragioneria del Congresso nel corso di un decennio dovrebbe servire a risparmiare fino a $132 miliardi, mentre studi di una fondazione conservatrice basata alla George Mason University sostengono all’opposto che creerà un deficit tra i $340 ed i $527 miliardi.

Quello che va sottolineato nell’iniziativa partita dal dottor Brody, è che l’impulso dato all’eliminazione di sprechi è partito parallelamente ad una settore che, dopo la riforma Obama, ha allargato il numero di persone che include, mentre da questa parte dell’Atlantico i tagli si sono accompagnati e si accompagnano a politiche di austerity che tendono ad escludere cittadini in numero sempre crescente.

Il 31 marzo scorso sul Washington Post il corsivista David Ignatius, prendendo spunto dalla battaglia costituzionale in corso davanti alla Corte Suprema sulla riforma sanitaria di Obama, ha deciso di rivolgersi proprio ad un dottore per sapere cosa ne pensa del futuro della sanità uno che vive la materia ogni giorno sul campo. E’ un parere che fornisce delle indicazioni interessanti e mostra un percorso anche per chi non vive in America. Il medico infatti è Delos “Toby” Cosgrove, amministratore delegato della Cleveland Clinic, un network privato da $6 miliardi tra i più prestigiosi ed efficienti fornitori di servizi sanitari del paese.

“Cosgrove”, dice Ignatius, “mi ha spiegato come il sistema sanitario sia stato trasformato da pressioni economiche fondamentali che hanno preceduto nel tempo la nuova legge e continueranno, in ogni caso. Parlando a Cosgrove, si recepisce la sensazione che la versione politica (ed ora anche legale) del contenzioso sulla riforma sanitaria sia per molti aspetti una distrazione da quello che più conta, che è come le cure sono realmente erogate ai pazienti. E questo sta cambiando inesorabilmente, per le sottostanti pressioni sui costi.

I giudici potrebbero mettere nel cassetto la riforma di Obama, ed avremmo comunque una rivoluzione nell’erogazione di servizi sanitari che promettono migliori cure per gli americani, ad un costo inferiore. Il Patient Protection and Affordable Care Act (legge per la protezione del paziente e per la cura sostenibile) renderà questo sistema accessibile a più americani, per cui lo appoggio per ragioni di equità. Ma anche se l’obbligatorietà di acquistare un’assicurazione sparisse, ospedali e dottori continueranno a muoversi verso il nuovo mondo della sanità.

Si dovrà capire che l’attuale dibattito è su finanziamento ed accesso, non sull’erogazione del servizio sanitario. Come dice Cosgrove: ‘Quel treno è già partito’. Tirando le somme dall’analisi di Cosgrove, ecco una sintesi dei cambiamenti già in gioco:

● Gli ospedali si stanno consolidando. Oggi, dice Cosgrove, il 60 % degli ospedali sono parte di sistemi di reti sanitarie; un esempio è la Cleveland Clinic, che ha sedi in quattro stati, incluso la casa madre in Ohio. Questi gruppi continueranno a fondersi nella loro spinta verso una maggiore efficienza. E’ lo stesso processo che avviene in ogni settore, da quello bancario a quello librario. Renderà le terapie un po’ più impersonali, ma anche più economiche e migliori.

Questa razionalizzazione chiuderà piccoli ed inefficienti ospedali locali (un funzionario americano stima che fino a 1.000 ospedali debbano esser chiusi. Come risultato avremo meno letti d’ospedale, più day hospital e terapie domiciliari. Quello che spinge verso le fusioni sono i fondi di Medicare (il servizio statale di tutela sanitaria per gli anziani) destinati a diminuire, richiedendo agli ospedali di tagliare i costi.

● I dottori diventeranno dipendenti, adeguandosi alla tendenza spinta dalla Cleveland e Mayo Clinic e da altri maggiori fornitori di servizi sanitari. Oggi, circa il 60% dei medici americani sono a libro paga, oltre il 10% in più rispetto a parecchi anni fa. Cosgrove prevede che questo aumenterà almeno fino al 70% nel corso della prossima decade.

Dottori dipendenti non avranno lo stesso incentivo economico  a fornire terapie costose che possano non essere ragionevoli per la cura dei pazienti. Saranno ben pagati (un internista alla Cleveland Clinic parte da circa $120.000), ma non riceveranno i salari stratosferici che un una volta giusitificavano i sogni di molti medici di guidare la propria Porsche.

Nel frattempo, la scarsità di medici ed infermiere implica che tirocinanti (e meno costosi) anziani stanno fornendo più cure. Un assistente medico, sempre più spesso, si occuperà di malattie minori; nelle sale operatorie, secondo Cosgrove, il 40% dei presenti sono tecnici piuttosto che medici o infermieri”.

Come abbiamo letto le indicazioni del dottor Cosgrove si possono raggruppare in tre settori: razionalizzazione, personale e informatizzazione. Quest’ultimo punto è in corso in Italia con il percorso di avvicinamento capillare al fascicolo sanitario elettronico ed alla carta personale.

Il consolidamente degli ospedali è un processo che conosciamo bene anche in Italia, sia con la chiusura delle unità troppo piccole per essere produttive che con la riduzione dei posti letto. Se ne parla da anni e questi interventi hanno fatto spendere tempo a regioni, parlamento e governo. In un articolo del Sole 24 Ore la Finanziaria 2009 che prescriveva “I posti letto per acuti dovranno passare entro il 2014-2015 da 3,5 a 3 ogni mille abitanti, con un passaggio intermedio dal 2011 di 3,3 posti letto per mille abitanti. E allo stesso tempo il «tasso di ospedalizzazione» dovrà essere abbattuto dagli attuali 160 ricoveri ogni mille abitanti a 130 (a 145 nel 2011). Valori che attualmente (2009) pochissime Regioni rispettano, in pratica solo Toscana e Veneto. Il taglio del tasso di ospedalizzazione, se fatto con l’accetta, varrebbe 3,7 milioni di ricoveri in meno rispetto al 2007″. 

Ci sono regioni come quella in cui abita chi scrive, la Toscana, che nel 1988 avevano 93 ospedali con 23.108 posti letto: dimensione media 248 posti letto e 6,4 posti letto per 1.000 abitanti. Ma erano ospedali vecchi, di cui 22 addirittura fatti prima del 1400, 14 di epoca tra il 1400 e il 1860 e 26 costruiti tra il 1861 e il 1920. La riorganizzazione inizialmente non è stata gradita, specialmente nelle piccole comunità, ma gli effetti positivi a lungo termine sono serviti ai bilanci contribuendo a fare della regione una di quelle considerate efficienti in questo campo.

La Toscana del resto non è stata sola ad andare in questa direzione. Secondo un articolo di Quotidiano Sanità redatto da Luciano Fassari e Giovanni Rodriquez, tra il 2000 e il 2009 tagliato il 15% dei posti letto ospedalieri, soprattutto nel pubblico. In tutto quasi 45 mila posti letto tagliati dal 2000 al 2009, pari al 15,1% del totale con un rapporto posti letto abitanti passato dal 5,1 ogni mille abitanti di 12 anni fa, al 4,2 attuale (di cui 3,6 per mille dei letti per acuti e 0,6 per mille per le lungodegenze). Una delle critiche più forti alla gestione del generale Scoppa a Napoli riguardava proprio questo tema, le razionalizzazioni: sempre poco gradite specie se toccano le piccole comunità.

Purtroppo i passi fatti nella direzione della lotta agli sprechi sono sempre a rischio: senza voler accennare al malaffare, la ricerca di scorciatoie e favori sono un male tipico italiano che solo un cambio di mentalità permanente può sradicare. La guerra agli sprechi peraltro ha nella sanità la sua prima linea, e che schermaglie siano state vinte in città che un tempo erano sinonimo di cattiva gestione (quelle campane certamente, ma anche la stessa Cleveland, in America per anni simbolo di declino irreparabile) è tutt’altro che un cattivo auspicio.

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La fabbrica della paura produce rendimenti bassi

La settimana attuale sembra voler rivaleggiare con quella precedente per le scosse che sta infliggendo ai mercati dell’Eurozona. A ben guardare anche il lunedì, pur concluso con indici in deciso rialzo, aveva mandato i primi segnali di tempesta. Il più importante dei quali è stato la diffusione da parte della Banca d’Italia dei dati sulla bilancia dei pagamenti del mese di marzo, riportata qui sotto.

Non hanno impiegato molto gli analisti ad aprire i loro grafici e ad osservare come marzo abbia fatto registrare il più consistente deflusso di sempre di denaro investito in Italia, liberatisi di obbligazioni a medio e lungo termine per un importo di circa 38 miliardi di Euro. Un fatto che non è stato  compensato da un pur consistente flusso rivolto al rientro entro i confini del Bel Paese e che ha spinto verso l’alto la percentuale di debito sovrano in mano italiana, debito per cui la disaffezione degli investitori esteri è cresciuta in modo consistente.

Ma questa tabella ci sta forse fornendo anche i numeri di una versione “sotto steroidi” della corsa allo sportello di cui abbiamo appreso da tempo nella vicina Grecia e, più di recente, nella Spagna delle banche appesantite dallo sboom dell’edilizia? La prima reazione in tal caso potrebbe ricordare forse quella delle numerose parodie dei più noti film horror: in cui ad un certo punto alle urla di terrore se ne aggiungono altre ancora più acute finché nessuno sa più perché stia urlando. Il che, invece della voglia di correre a comprare delle sterline d’oro o dei kruger-rand da seppellire in giardino (ma l’indice dell’oro sta scendendo: nessuno sta gridando più di terrore in giro per il mondo?) a chi scrive fa sempre scattare la voglia irrefrenabile di leggere opinioni più flemmatiche.

E di più flemmatiche difficilmente  se ne trovano di quelle dell’inglesissimo Matthew Lynn che nella sua colonna di ieri su Marketwatch.com  non manca di sottolineare come ormai si sia formato un vero e proprio ingorgo di economisti pronti a sgomitare per spiegare in TV o su un sito internet dedicato alla finanza a quale punto la potenziale uscita della Grecia dall’Eurozona sia una minaccia globale.

Ma Lynn non crede all’inevitabilità dell’effetto catastrofico a catena, ed anzi pubblica il parere del money manager David Marcus (di Evermore Global Advisers):  “Dopo la crisi asiatica del 1997 tutti scapparono da quel mercato. Ma quelli che sono entrati allora hanno fatto un bel mucchio di soldi. Lo stesso potrebbe essere vero in Europa”.

Il parere di Marcus non è poi così solitario, anche se scegliere di scriverlo in queste righe mentre è appena finito l’ennesimo inconcludente vertice europeo, può apparire temerario. Il fatto è che il signor Michael Kurtz della banca giapponese Nomura nella sua nota periodica si chiede perché pensare che stia andando a fondo proprio e solo l’Eurozona se praticamente tutti i mercati e gli indici nell’ultimo mese sono stati presi a calci nel fondo schiena. E presenta il seguente grafico, riprodotto pari pari da Business Insider, che è piuttosto eloquente: solo dollaro e obbligazioni del Tesoro americane nelle colonne a sinistra, non sono sottacqua.

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La psicologia gioca molto in questa fase e Kurtz non manca di farlo notare: “Una giuria raccogliticcia sembra aver deciso anche in vostra vece che la piccola Grecia sia un disastro globale incontrollabile ormai alla vigilia del verificarsi … ma nel chiedervi di far vostro quel verdetto e di cercare la sicurezza delle obbligazioni americane, per esempio, l’industria della paura vi chiede di accontentarvi di un rendimento di solo l’1,7% in un mondo in cui ancora è in piedi l’aspettativa di un PIL nominale 2012 del 5,0%, e del 5,5% per l’anno seguente”.

Kurtz parla dei tassi ma potrebbe benissimo riferirsi con la stessa logica ai tassi di interesse del debito pubblico tedesco, in cui ieri abbiamo visto i Bund a trent’anni scendere sotto la soglia del rendimento del 2%. Un altro mattone dell’edificio della repressione finanziaria che serve, ma non a tutti, a smaltire i debiti sovrani.

Ma torniamo all’Italia, in cui non è raro oggi sentire chiedere la gente a vicenda rassicurazioni che ormai vanno già oltre le vessazioni fiscali, per interrogarsi sul futuro di pilastri ancor più basilari come i semplici conti correnti. Flussi intraeuropei e tassi minimi dei paesi esenti dal rischio implicano forse che siamo alla soglia di una corsa allo spostamento all’estero? Invece di rispondere sul futuro cerchiamo di capire cosa vogliono dire quei numeri del recente passato, quelli della bilancia dei pagamenti. Il blog Alphaville del Financial Times ieri mattina riportava, grazie all’occhio acuto di Kate Mackenzie, una analisi di Alan Ruskin della Deutsche Bank, che forse per assonanza coll’omonimo ottocentesco che tanto amava l’Italia procede a snocciolare un ragionamento che la Mackenzie riassume così nel titolo “Ma allora il deflusso di capitali dall’Italia non è poi così drammatico ?”

Ruskin non smentisce affatto che la cifra in uscita dall’Italia (parliamo di investimenti in azioni ed obbligazioni) sia trascurabile, anzi, precisa che si tratta di un incremento cresciuto di sei volte rispetto alle cifre dell’anno precedente. Il grafico seguente riassume i flussi con quelli in entrata, su media trimestrale, in azzurro e quelli in uscita in rosso.

Però Ruskin invita domandarsi se una fetta consistente del flusso verso l’estero non sia in realtà una somma destinata al ripagare debito arrivato a maturazione. E ha dalla sua i dati sulla massiccia quota di emissioni obbligazionarie bancarie che giungono a scadenza nella prima metà, e che in molti casi, data l’intenzione della maggior parte degli istituti di mettere a dieta i bilanci, possono aver comportato la scelta di non rinnovarli né di procedere a nuove emissioni. Secondo stime riportate nel post le banche italiane avrebbero scadenze a maturazione (tra secondo e quarto trimestre 2012) ammontanti a 40 milioni di euro (le spagnole devono a far fronte ad un importo più che doppio).

Europe banks debt maturing 2012 - Barcap via Prag Cap

La logica è che se sfruttando il programma di finanziamento triennale della BCE una volta onorati i debiti non si fosse proceduto a nuove emissioni, il flusso NON potrebbe che apparire come unidirezionale, uscendo dall’Italia, e poi dando vita a cascata alle compensazioni via banche centrali del sistema Target2, con i bilanci di aprile che riguardano l’Italia saliti a 279 miliardi di euro. La risposta all’ipotesi di Ruskin la daranno i prossimi mesi: flussi di portafoglio che continuassero ai ritmi attuali farebbero pensare che non si tratti solo di ridimensionamento del debito ma di vera e proprio esodo.

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Un mattone contro la vetrina di Wall Street

Il sempre stimolante blog soberlook.com ha da poco pubblicato il grafico che vedete qui sotto. L’indice immobiliare Case-Shiller (il tracciato azzurro) è nato col nuovo secolo e in questo arco di tempo ha sovra-performato l’indice di Borsa Standard & Poor’s 500 (in rosso). Il grafico azzurro oltretutto non computa il valore del reddito reale o virtuale derivante dall’eventuale affitto riscosso o evitato dall’investitore.

Il confronto parla da sé. Se si pensa che il mercato immobiliare americano, devastato dalla crisi dei mutui facili, è arrivato a prezzi inferiori del 34% rispetto al picco del 2006 e nonostante questo fa ancora una bella figura rispetto all’indice azionario (un tempo) più rispettato, diventa inutile domandarsi come mai i volumi degli scambi azionari siano ancora lontani dai tempi d’oro: cinque anni dopo sono ancora sui livelli del 2007, mentre dopo i precedenti scivoloni in un paio d’anni si tornava ai volumi pre-crisi.

Indubbiamente non c’è che da guardarsi intorno per capire la sfiducia: cattivi o pessimi esempi da parte di società di ogni settore, scorciatoie, trucchi. Fino a non molto tempo fa Wall Street riusciva a nascondere rapidamente sotto il tappeto ogni malefatta e ad assorbire il colpo. Un paio d’anni prima dell’inizio della Grande Recessione il Professor Thomas Z. Lys della Kellogg School of Management presso la Northwestern University aveva fatto i conti in tasca alla redditività degli immobili rispetto agli indici azionari ed aveva concluso che solo nelle zone a più alta concentrazione di ricchezza come New York, Boston o la Silicon Valley i valori degli immobili (considerati come investimento e quindi includendo anche il reddito accantonato grazie agli affitti non pagati) battevano l’indice S&P 500, con una crescita su base annuale del 15% contro il 12% dell’indice azionario di quel periodo. Ma la redditività nazionale degli immobili era battuta dall’S&P 500, fermandosi ad un modesto 7%.

E’ forse giunto il momento in cui gli investitori del mondo industrializzato stanno per italianizzarsi collettivamente e chi ha la fortuna di avere ancora risorse punterà sugli immobili come ultima risorsa? Non i questi termini, ma pochi giorni fa il Wall Street Journal si è chiesto se non sia giunto il momento di tornare a comprar casa: e l’economista Eric Lascelles sostiene che acquistare è oggi più conveniente che affittare nella stragrande maggioranza dei mercati residenziali U.S.A., con uno sconto effettivo di circa un terzo rispetto alla norma degli ultimi anni.

Di parere opposto il money manager A. Gary Shilling: la cifra su cui attira l’attenzione sono i due milioni di case da piazzare (purtroppo la stessa quantità che appesantisce la molto più piccola economia spagnola…), un portafoglio immobiliare che al livello attuale richiederebbe quattro anni per essere assorbito. Si prospetta quindi un quadriennio di altri ribassi di prezzi, continuando una corsa al ribasso che nel mercato del mattone americano non si vedeva più su base nazionale dagli anni ’30. Shilling è anche attento a segnalare come questo calcolo lasci fuori molte altre unità destinate all’esproprio ed anche il nuovo (per il costume americano) fenomeno dei giovani che come in Italia rinunciano a lungo a mettere su casa. Analogamente a quanto avvenuto in settori maturi come quello auto, i numeri di alcune annate sono da dimenticare e gli obiettivi da ricalibrare: in questo senso i numeri delle case nuove americane richiederebbero ancora tempo per tornare alla media degli ultimi anni.

E’ finita definitivamente anche l’illusione  della casa da sfruttare come un bancomat e come un investimento che faceva sentire chiunque un fenomenale money manager, grazie alla costante direzione verso dei prezzi verso l’alto. Jack Hough, dalla sua colonna per Marketwatch.com, ha forse in serbo il miglior consiglio per chiunque: concentrarsi sul valore funzionale, che è poi il consiglio mai tramontato nelle famiglie italiane, salvo gli eccessi recenti. Hough segnala come i prezzi immobiliari americani, tenendo conto dell’inflazione siano tornati al 1998, ma anche al 1986… ed al 1955! Insomma “dando una limata agli eccessi in alto o in basso (anni ’20 e metà-2000) e inserendo nel calcolo l’inflazione, i prezzi degli immobili non sono andati da nessuna parte per più di un secolo!” Certo da loro aiutano i tassi attuali (trentennali fissi sotto il 4%), che rendono la scelta di chi ha mezzi facile.

E in Italia ? Quando il salario disponibile darà i primi segni di sfuggire alla stretta della recessione anche qui il mattone sarà la sola scelta ragionevole ? Corriere Economia ha presentato il 30 aprile uno studio sfoggiato dieci giorni prima al Salone del Risparmio: in una maratona ventennale di rendimento BTp e immobili hanno sbaragliato la concorrenza, con gli immobili trionfatori a 15 anni (144%) e i bond a venti anni (275%). L’investimento meno volatile, quello immobiliare, ovviamente ha brillato meno a 5 e 10 anni.

Sull’inserto immobiliare del Sole 24 Ore (Casa24 Plus) in prima pagina il 24 novembre 2011 appariva lo studio dell’Osservatorio Immobiliare di Nomisma: sottolineava come volumi e valori di vendite dal 1997 non fossero stati così bassi, e con prezzi previsti ancora in calo fino a tutto il 2013. Ma i dati diffusi lo scorso 10 maggio dall’Osservatorio Immobiliare dell’Agenzia del Territorio segnalavano che se nel 2011 le vendite sono state 603.176, il 2,3% in meno rispetto al 2010 e con le grandi città in controtendenza, i prezzi hanno sostanzialmente tenuto. In particolare le case di valore, che secondo uno studio della Scenari Immobiliari di Mario Breglia sono anche le sole su scala ventennale a battere (di poco) l’inflazione, con una rivalutazione netta del 3% a fronte di una perdita del 13% circa per gli immobili che non rientrano tra quelli di lusso.

Il Censis prevede proprio per quest’anno valori in calo (fino al 20%), soprattutto come conseguenza della nuova fiscalità. Una realtà che a breve termine alleggerirà senza complimenti le tasche di tutti. Ma che induce anche a chiedersi se non possa essere la scintilla necessaria a riavviare un mercato vitale. Il 29 settembre 2011 sull’inserto del Sole 24 Ore, Casa24Plus a pagina 9 appariva l’articolo titolato “In Italia il via alla ripresa scatterà dal reprincing”. Nell’intervista a Paola Dezza, Federico Chiavazza, docente di finanza immobiliare alla SDA Bocconi, insisteva su questo argomento: “Il nostro è uno dei pochissimi paesi in cui il repricing degli immobili non è avvenuto. Le banche di fatto sono il soggetto che ha permesso che questo si verificasse, hanno svolto un ruolo da equilibratore del mercato. Le banche hanno preferito sostenere molte realtà immobiliari e non, anche tecnicamente fallite, piuttosto che ritrovarsi con portafogli immobiliari che non sanno e che non vogliono gestire. Mercati ben più solidi come Londra e New York hanno subito sconti drammatici tra il 2008 e il 2009 e ora il real estate è tornato su livelli simili a prima del 2008. Da noi tutto questo non è successo. Il 2012 sarà l’anno della resa dei conti, le banche non potranno più sostenere questa situazione. E’ necessario un riallineamento dei prezzi alle esigenze dei compratori”.

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La rivincita dell’investitore imbufalito

No, non assomiglia neanche un po’ al Maggio Francese (e la vittoria alle Presidenziali di François Hollande non c’entra affatto), anche se c’è chi si lancia nel fare paragoni tra “Occupy Wall Street” ed “Occupy The Boardroom”. Caso mai potrebbe essere un Maggio del Povero Azionista. Lo scorso primo maggio è uscito un editoriale sul liberal New York Times dal titolo “Il Boss e tutti gli altri” che sollecitava il completamento delle misure della Dodd-Frank, la legge che ha iniziato a mettere timidamente le briglie ai vertici, spesso troppo disinvolti, delle grandi corporation. Poi, il quattro maggio, a sorpresa anche l’insospettabile Financial Times, è partito alla carica titolando: L’irresistibile ascesa dell’investitorefuribondo“.

La riforma introdotta nella legislazione americana dalla Dodd-Frank include un provvedimento che attribuisce agli azionisti la possibilità (attualmente non vincolante per la società) di dire la propria sulle remunerazioni dei vertici di una società, il cosiddetto “say-on-pay”, previsto almeno una volta ogni tre anni. Come segnala il NYT, la cosa è stata prevista perché… “Una lezione della crisi finanziaria è stata che remunerazioni eccessive hanno portato ad eccessive assunzioni di rischi”.

Per ben due anni dall’entrata in vigore della legge Dodd-Frank l’opportunità è rimasta sulla carta e nessuno ha deciso di mettere alla prova un board. Ma alla fine qualcuno ha cominciato ad utilizzare quest’opportunità di manifestare scontento, contestando al massimo dirigente di Citigroup Vikram Pandit un pacchetto da $15 milioni, e una volta cominciato il primo dissenso si è scatenata una valanga, che ora non accenna a fermarsi. Nel giro di pochi giorni la lista dei board contestati per la generosità nell’attribuirsi stipendi e bonus si è allungata con UBS, Credit Suisse, Barclays, Xstrata, Aviva, Trinity Mirror, Astra Zeneca ed Inmarsat. E in alcuni casi le contestazioni non sono state solo di sostanza ma anche roventi nei modi. Tanto che in almeno due casi, Trinity Mirror ed AstraZeneca il N.1 ha dovuto lasciare il campo.

Come non manca di sottolineare il Financial Times, investitori ed azionisti non sono stati finora esenti da colpe. Sono stati anzi i primi a credere nella “trickle-down theory“, ad essere convinti anche di fronte a forti indizi del contrario, che gli eccessi al vertice avrebbero comunque beneficiato alla fine anche la base, nell’allegra euforia degli anni del denaro facile. Malgrado scandali e qualche esagerazione venisse periodicamente a galla in molti, in troppi, hanno fatto spallucce perché gratificati dai numeri di fine anno del deposito titoli o della pensione integrativa.

Ma con la crisi ora sia chi gestisce un grande fondo pensione sia chi tiene d’occhio risparmi sempre più tartassati ha perso ogni inclinazione alla tolleranza e timore reverenziale anche verso figure di manager carismatici, e l’opportunità di esprimersi sulle remunerazioni dei vertici di una società rende chi investe quanto mai poco propenso ad essere di manica larga sul tema del “pay for performance”. Così i duri manager sempre pronti a chiedere produttività, produttività, produttività ai dipendenti del globo si trovano infine a fare i conti con benchmark in cui l’accondiscendenza non è e non sarà l’unità di misura. Del resto, come scrive il FT: “Se gli investitori non mettono in riga i manager, non ci sarà nessuno a farlo al loro posto”.

Il quotidiano si spinge anche a chiedere più potere per gli azionisti: il potere di “say on pay” dovrebbe diventare vincolante, anche a costo di affrontare le difficoltà supplementari che questo comporterebbe nella gestione di molte società. Che gli azionisti chiedano che i manager rendano in base al reddito che viene loro riconosciuto non è chiedere troppo. Del resto dietro a problemi di complessità si riparano anche, dall’altra parte dell’Atlantico, molte società che ritardano l’implementazione di un’altra richiesta della Dodd-Frank: quella di rendere pubblico il gap sui redditi all’interno delle grandi corporation, un divario che si approfondisce ogni anno e che in Italia ha fatto notizia solo per un breve periodo, attorno alla figura di Sergio Marchionne.

Dirigenti e board si rendono conto della cattiva pubblicità che questo comporta, specie in questo periodo, e cercano di rinviare le rivelazioni in proposito, specialmente tenendo d’occhio alcuni divari abissali previsti per aziende che hanno sedi in paesi emergenti. Ma gli investitori, se non vogliono dormire i sonni artificiali di questi ultimi anni immersi nelle nebbie di boom fasulli farebbero bene a non cedere nemmeno su questo terreno. I mercati non fanno sconti ai cittadini, i cittadini iniziano ad usare alcuni dei pochi e limitati strumenti che hanno e non fanno sconti ai leader dei mercati.

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Il primo maggio e la distruzione della domanda

Il centro commerciale di Cinisello Balsamo può non avere ambizioni glam e nemmeno mire sofisticate, ma si trova in un punto strategico: proprio alla congiunzione dell’autostrada A4, della Tangenziale Nord e della Statale 36, l’importantissima arteria che raccorda Milano a Lecco ed alla Valtellina.

Il centro commerciale Auchan di Cinisello Balsamo (foto Carlo Marzetti)

Oggi, primo maggio, è chiuso. Non per ragioni etiche o morali come i punti vendita Unicoop in Toscana, che con largo anticipo hanno fatto sapere ai soci-clienti “1 maggio chiuso per scelta“. La proprietà è della Auchan e quindi la chiusura non c’entra con le ideologie. Caso mai nell’attuale contesto la scelta puramente economica della società francese contribuisce a rendere un po’ petulanti, viste ad un anno di distanza, le beccate che allora si scambiavano sull’opportunità di tenere aperti gli esercizi il sindaco di Firenze Matteo Renzi e la sinistra radicale che poco lo ama da sempre.

Alla Auchan sicuramente di quei battibecchi non importa niente: ha fatto i conti e preso atto che con la distruzione di domanda in atto negli ultimi mesi non era proprio il caso di tenere aperto. Anzi, ha fatto preparare (e quindi ordinato e pagato) quattro enormi striscioni per far sapere ai clienti abituali che oggi il centro sarebbe stato chiuso.

La recente raffica di notizie sugli aumenti di inflazione e del “carrello della spesa” (l’espressione con cui si indicano beni e servizi acquistati con maggior frequenza) è la premessa che rende anche quelle attività che un tempo si definivano anticicliche perché meno esposte ai venti di recessione ormai costrette sulla difensiva.

Il sito Soberlook.com domenica scorsa attirava l’attenzione sul crollo generalizzato nell’Eurozona delle vendite al dettaglio. Un calo che riguarda anche i giganti della grande distribuzione che un tempo anzi beneficiavano delle sofferenze dei piccoli esercizi. Carrefour, il più grande nel settore in Europa, ha segnalato un calo dello 0,1% nel primo trimestre del 2012. Sia gli ipermercati francesi sia i punti vendita della periferia dell’Eurozona hanno sentito particolarmente gli effetti di queste settimane.

La soluzione percorsa da Carrefour avrà quale terreno di battaglia per riconquistare i tartassatissimi consumatori i prezzi. Le tre economie di maggiori dimensioni dell’Eurozona per quanto riguarda le vendite della grande distribuzione non danno segnali incoraggianti: la società di ricerca Markit Partners ha diffuso il seguente grafico dell’indice PMI (dei manager agli acquisti) del settore retail e le curve sottolineano come ad aprile si sia scesi a 41,3 rispetto al 49,1 di marzo (sotto il 50 le attività sono in fase di contrazione). La discesa è arrivata al punto più basso dal novembre del 2008. Sulla scala di destra, in arancione, le vendite al dettaglio, trimestre su trimestre.

Eurozone Retail PMI (fonte: Markit Partners via Soberlook.com)

Anche in un paese apparentemente ancora distante dalle preoccupazioni che avvolgono i paesi mediterranei come la Francia le cose non vanno meglio. L’indice riprodotto qui sotto si riferisce al PMI francese. E’ a livelli ancora più bassi di quelli del periodo nero tra 2008 e 2009 ed è stato analizzato così da Jack Kennedy, della società Markit: “…sebbene chi ha risposto al sondaggio abbia indicato che la debolezza sia parzialmente da attribuire all’incertezza che circonda le elezioni presidenziali, la fragilità dell’economia è anche chiaramente un fattore importante che pesa sulla spesa dei consumatori. Il settore del largo consumo spererà in una sorta di rimbalzo una volta che le elezioni saranno alle spalle, ma il settore sembra probabilmente destinato ad essere un peso sul PIL del secondo trimestre”.

Indice dei manager degli acquisti della grande distribuzione francese (fonte: Markit Partners via Soberlook.com)

Naturalmente la difficile congiuntura non pesa solo su distribuzione dei paesi che impiegano l’Euro. Già da qualche mese il gigante britannico del largo consumo Tesco ha intrapreso delle iniziative per rispondere alle difficoltà del mercato interno, sempre più compresso dalla politica di austerity senza se e senza ma del governo di David Cameron.  La discesa dei profitti e delle quote di mercato tuttavia non ha portato la società diretta da Philip Clarke al solito verbo dei tagli al personale e della produttività.

Non sono passati molti mesi da quanto la stessa azienda (che è il più grande datore di lavoro privato del paese)  aveva clamorosamente inciampato in un programma realizzato in collaborazione col DWP nazionale (Dipartimento del Lavoro e delle Pensioni). Questo programma prevedeva collocamento a breve termine per giovani britannici che però dovevano uscire dalla rete dei sussidi, salvo poi non essere confermati a tempo indeterminato. La reazione non aveva solo portato astio e malumori, ma anche pesato in qualche modo sui conti aziendali con clienti persi.

Oggi invece la Tesco ha deciso di puntare sulla qualità degli standard dei propri servizi, sulla scelta dei prodotti e sul miglioramento dell’addestramento del personale. Per questo prevede, nei prossimi due anni, di creare fino a 20.000 nuovi posti di lavoro, per la maggior parte da destinare a giovani. Inoltre investirà molto per rinnovare i propri punti vendita, destinando più risorse ai piccoli negozi e meno attenzione agli ipermercati, settore sempre più in difficoltà da un lato con la concorrenza dell’e-commerce, dall’altro penalizzato dalla corsa dei prezzi dei carburanti rispetto ai più accessibili negozi di vicinato.

Questa strategia, vincente o no, sembra quella di un’azienda che vuole combattere la distruzione di domanda, e quindi generare crescita. A noi sembra un percorso da apprezzare, ma forse non siamo abbastanza sofisticati. Infatti nel  suo commento sul Daily Telegraph il gestore di fondi (Invesco Perpetual) Neil Woodford sembra sì dimostrare simpatia verso la società britannica, ma non al punto da scommettere su di essa, anzi: “Tesco resta una grande azienda britannica con molte peculiarità attraenti e punti di forza. Da un punto di vista dell’investimento, peraltro, c’è sempre un’intensa competizione per il capitale nei miei portfolio e sono più convinto di altre opportunità di investimento. A mio avviso, Tesco deve essere sapere diventare una società che produce più denaro, meno capital- intensive. In breve, ha la necessità di dimostrare che è diventata una società più concentrata sulle prospettive degli azionisti”.

Forse per Woodford (ed i suoi colleghi della City) nemmeno durante la peggior recessione dagli anni ’30 un passo che vada nella direzione opposta alla distruzione della domanda vale un temporaneo sacrificio sui dividendi o sui capital gain.

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Lo sciame sismico sull’Eurozona

Neanche 24 ore dopo l’ondata di vendite che ieri ha salutato sui mercati di tutta Europa le notizie provenienti da Francia ed Olanda, stamattina c’erano in vendita (non in enormi quantità peraltro) titoli di stato spagnoli ed olandesi. E CTz e BTp italiani. Per quelli spagnoli c’è stato un rialzo notevole dei rendimenti (raddoppiato per i trimestrali da 0,381 a 0,634) ma il rapporto bid-to-cover di 7,6 indica una domanda più che vivace. Per i CTz di scadenza gennaio 2014 l’analoga richiesta è stata dell 1’80. Il miliardo di euro di obbligazioni statali olandesi ha visto il rendimento sui biennali scendere a 0,523 che possiamo solo invidiare. Tutta scena dunque il lunedì nero di ieri?

A ben guardare altri indicatori (in questo caso riguardanti quell’Olanda che fino a un paio di settimane fa pontificava su virtù proprie e difetti altrui) come i Credit Default Swap, le polizze di assicurazioni che grandi investitori come fondi pensione o hedge funds comprano per difendersi dai rischi del debito sovrano, il confronto più recente sul parametro di riferimento a cinque anni tra Olanda e Germania è molto cambiato invece. Oggi per assicurare dieci milioni di valore nominale di titoli si spendono 50.000 euro in più l’anno quando si comprano obbligazioni olandesi invece che tedesche.

Ma per quanto a Berlino o Francoforte riusciranno a isolarsi dalle tempeste che spazzano e devastano tutto il continente?  Il solitamente prudente blog soberlook.com ha da poco pubblicato un post che contiene il grafico seguente, basato su dati Bloomberg; le cifre della Germania sono in bianco quelle dell’Eurozona in arancione:

Si tratta della curva disegnata dall’indice PMI della manifattura. L’autore del post non manca di evidenziare che questo indicatore fondamentale (che è compilato mensilmente attraverso un sondaggio ai manager degli acquisti dei grandi produttori, e quindi riguarda il sentiment di quei gioielli nazionali tedeschi che producono ed esportano beni nei cinque continenti) ormai sempre più tende a convergere con quello dell’Eurozona. Il titolo del post è : “German decoupling may have been wishful thinking” ovvero “La separazione tedesca (dall’Eurozona in crisi) potrebbe essere stata un miraggio”.

Se questo fosse vero non saremmo allo sciame successivo al sisma, ma in mezzo a quelle che fanno da precursore al vero terremoto, che stavolta non colpirebbe solo in periferia. E forse finalmente la protezione civile interverrebbe per ricostruire, non per seppellire…

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Flotte di ferrovecchio e carichi di ferro

Il settore che più facilmente viene alla mente quando si parla di cicli boom-and-bust è probabilmente quello automobilistico, che in questo periodo in Europa è scosso dalla recessione e dall’eccesso di capacità produttiva, mentre in altri mercati (ad es. quello nordamericano) procede a passo spedito nella direzione opposta. Ma esistono settori dove situazioni diametralmente opposte sono anche più sfacciatamente evidenti.

Quello del trasporto marittimo e della cantieristica, ad esempio. Il 9 aprile scorso è apparso sul Telegraph un articolo di Emma Rowley in cui la giornalista britannica esordisce così : “I cantieri hanno continuato a sfornare nuove navi ad un ritmo concepito per rispondere ad una domanda che ha semplicemente mancato di concretizzarsi, il che significa che adesso il settore sprofonda sotto il peso di una massiccia sovracapacità. Mentre gli armatori hanno visto sprofondare le tariffe dei noli per le merci, la richiesta per le loro navi è collassata al punto che è diventato economicamente conveniente venderle molto più presto nel corso del ciclo di vita della nave per il loro valore di materia prima: ferro da riciclare“.

La situazione critica descritta dalla Rowley si riferisce ad un settore-chiave del trasporto marittimo: quello delle VLCC (Very Large Crude Carrier) ovvero i giganti del mare con portata fino a 320.000 tonnellate che trasportano greggio ai quattro angoli del pianeta. Una ricerca della società Macquarie sottolinea come nell’anno in corso si stia affacciando sul mercato una capacità di trasporto marittimo equivalente ad oltre il 20% della flotta attuale di questa categoria. Ovviamente, visti i tempi di realizzazione e consegna della cantieristica, stiamo parlando di un surplus generato da navi che nella maggior parte dei casi sono state ordinate entro il 2008, ovvero prima dell’inizio della Grande Recessione.

File:Oil tanker moored in Saint-Nazaire.jpg

La petroliera VLCC Algarve (Hervé Cozanet via Wikimedia Commons)

Una nave di queste generose dimensioni, progettata a suo tempo per una vita operativa al massimo dell’efficienza di almeno un quarto di secolo, oggi vale circa $20 milioni… come rottame di ferro. Visti gli investimenti richiesti da questi giganti degli oceani gli armatori nella maggioranza sono comprensibilmente piuttosto riluttanti a sacrificarli per l’utilizzo come materia prima da riciclare; preferiscono usarli per lo stoccaggio o aspettare una svolta del mercato.

Svolta che potrebbe ad esempio essere l’acutizzarsi di una crisi in Iran, che porterebbe in alto la richiesta di super-petroliere. Intanto però per il settore il raggiungimento della parità tra prezzi di rivendita dell’usato e quelli della rottamazione si accorciano sempre di più. Adesso la parità è dopo soli quindici anni di vita, secondo la società specializzata in analisi del settore VesselsValue.com. Ed il gap tende a stringersi sempre di più.

Anche perché intanto i prezzi dei noli marittimi tendono a scendere. Uno dei giganti della logistica navale, la danese Maersk sta eliminando circa il 9% della propria capacità dalle rotte in servizio per cercare di frenare il crollo dei prezzi. Ma un gran numero di consegne di navi saranno completate quest’anno ed il prossimo, quindi la ripresa in questo ambito pare una prospettiva da spostare almeno al 2014, il che è anche una pressione sui conti non solo degli armatori e della cantieristica ma anche delle banche, stavolta soprattutto quelle del Nord Europa, che sentiranno la pressione di questo settore in sofferenza.

Il quadro del trasporto marittimo però è nero a 360°: quello di medie dimensioni, ad esempio per i prodotti petroliferi raffinati, in qualche modo sembra riuscire ad assorbire i colpi della crisi in modo più efficace. Ma c’è anche chi va in completa controtendenza. Se le VLCC soffrono, le nuove VLOC (Very Large Ore Carrier) sembrano promettere un eldorado per i cantieri cinesi e coreani in grado di realizzarle e metterle in mare.

Stiamo parlando di navi ancora più grandi delle VLCC, nate per trasportare non greggio ma immani carichi di minerale di ferro dal Brasile alla Cina. A creare questa classe è stato il più grande esportatore di ferro del mondo, la brasiliana Vale, che si è praticamente creata una classe di navi a suo uso e consumo, la Valemax. Sono navi lunghe come tre campi di calcio, con portata di 380.000 tonnellate. Portano l’equivalente di ferro sufficiente a costruire più di tre Golden Gate (il ponte della Baia di San Francisco).

Per le dimensioni spropositate (che hanno già creato qualche problemuccio tecnico) sono più efficienti: ogni tonnellata di ferro richiede meno carburante per il trasporto delle più piccole Capesize. I brasiliani hanno intenzione di usare queste navi per battere la concorrenza dei rivali australiani, che sono molto più vicini al mercato asiatico. Ma finora anche i cinesi (che di solito non si spaventano di fronte a niente che inizi per mega- o super-) hanno tenuto lontane le Valemax, forse più per timore di ridurre il traffico nei loro porti ed incassare meno che per questioni di sicurezza, costringendo la Vale a complicati trasbordi in Malesia e Filippine su navi meno ciclopiche.

I brasiliani contano di superare presto le resistenze cinesi, e al Financial Times  José Carlos Martins, numero uno della società brasiliana, ha detto lo scorso 11 aprile: “una Valemax può fare quattro viaggi l’anno, portando un milione e mezzo di tonnellate l’anno. Dato che la Vale esporta circa 200 milioni di tonnellate di minerale di ferro l’anno in Asia, questo giustificherebbe più di cento navi di questa portata”.

Una nuova frontiera o una nuova bolla analoga a quella delle VLCC? In ogni caso entro il 2013 la Vale vedrà completate le prime sedici navi con un cartellino del prezzo di $4,2 miliardi, molte delle quali in gestione a compagnie legate alla società di Rio de Janeiro da contratti a lungo termine. Secondo i calcoli del Financial Times una flotta di 100 Valemax ridurrebbe i costi di consegna per il ferro brasiliano in Asia del 20%. Oggi il minerale che parte da Rio costa $20 di trasporto, contro i $7-8 a carico dei concorrenti australiani come Rio Tinto e BHP Billinton. I brasiliani si aspettano un mercato a lungo termine tra i $120 e i $180 alla tonnellata. Oggi l’indice del minerale di ferro con consegna al porto cinese di Tianjin era attestato a $148,50; se dovesse scendere su uno dei due versanti, sotto i $120 o sopra i $180 ? Oltre al minerale di ferro si riverserebbe sul mercato anche una quantità di ferrovecchio da rivendere molto più grande del solito…

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L’economia di carta e l’ombra degli intermediari.

I numeri lasciano ben pochi dubbi: nell’ultimo decennio il potere d’acquisto è calato e continua a calare, mentre il solco salari-prezzi continua ad approfondirsi. Il che contribuisce a spiegare perché pur tra mille difficoltà abbiano sempre più seguito le iniziative che cercano di avvicinare produttori e consumatori accorciando la catena distributiva il più possibile.

Purtroppo la realtà ci ricorda continuamente che se può riuscire relativamente facile tagliar fuori i filtri intermedi quando si tratta di far arrivare direttamente sulle nostre tavole formaggio o miele, la strada da percorrere è molto più lunga quando le materie prime sono gestite a livello globale e si parla di caffé o cacao. O del petrolio. Ma anche, come vedremo, del mondo della finanza. Ci sono settori economici in cui gli intermediari sembrano aver preso il timone dell’intero processo.

Lo scorso 10 aprile Joseph P. Kennedy II ha firmato un editoriale sul New York Times in cui sostiene che il percorso per abbattere il prezzo del barile (secondo i suoi calcoli fino al 40%) debba necessariamente passare per il ridimensionamento o l’eliminazione degli intermediari. Kennedy riconosce che riguardo al petrolio non c’è modo di intervenire sulla domanda crescente dei paesi emergenti “…ma ci sono fattori che contribuiscono all’alto prezzo del petrolio per i quali possiamo fare qualcosa. Il principale tra questi è l’effetto degli speculatori puri: investitori che comprano e vendono contratti futures sul petrolio ma non prendono mai possesso di veri barili di greggio. Questi intermediari aggiungono poco valore e un sacco di costi quando spingono verso l’alto il prezzo del greggio nel perseguire un guadagno finanziario”.  

In una testimonianza davanti al Congresso di Washington l’esperto di materie prime Michael W. Masters ha indicato in circa un miliardo di dollari il valore del mercato dei contratti futures sul barile di petrolio scambiati giornalmente (l’audizione è avvenuta nel 2009). Dato che la produzione mondiale di greggio si attesta su circa 85 milioni di barili, circa il 90% del mercato di fatto si avvita sullo scambio di barili che esistono sulla carta, ma che non sono mai realmente stati estratti da alcuna piattaforma di trivellazione.

In pratica da tempo ci si è allontanati da leggi tradizionali di domanda ed offerta, i prezzi sono fissati piuttosto da scommesse sulle aspettative dei prezzi futuri, e queste aspettative sono manipolate. La manipolazione del mercato raggiunge i suoi obiettivi soprattutto nascondendo informazioni sulla situazione reale: uno degli strumenti è la creazione di materie prime “di carta”, gestite attraverso dark inventory, ovvero cassaforti virtuali piene di contratti su titoli o materie prime accuratamente parcheggiati lontano dai riflettori. Una delle prime a parlarne è stata l’arguta Izabella Kaminska sul blog del Financial Times Alphaville, che precisa anche quale sia il carburante che ha messo in moto questa macchina infernale: “… la strategia ha una vulnerabilità importante; funziona solo finché avete accesso a finanziamenti a basso prezzo per la accumulazione e gestione del vostro portafoglio-ombra in mercati in discesa”.

Ma a quel punto, grazie alla massa di liquidità a basso costo garantita dalle banche centrali americane ed europee, chi si è creato silenziosamente quel portafoglio può giocare in posizione di vantaggio contro la massa degli investitori, che vede movimenti non spiegati da fondamentali, e che alla fine finisce per assecondare il trend, dando modo a chi si è creato quelle scorte occulte di scegliere come realizzare i propri profitti, magari o soprattutto andando controcorrente.

Per tornare all’articolo del figlio di Bob Kennedy: quella nata come meccanismo di difesa dalle oscillazioni dei prezzi (per aiutare a pianificare i bilanci di aziende energivore come compagnie aeree) si è trasformata in mercato speculativo in cui un’imponente massa di denaro reperibile a bassissimo costo è alla caccia di un limitato numero di barili di greggio, spingendone verso l’alto il prezzo. A differenza di quanto succederebbe se si creasse una bolla speculativa su altre materie prime, ad esempio il cacao, la dimensione di questo mercato e la difficoltà di trovare alternative immediate al petrolio nelle economie globali fornisce al “mercato di carta” una posizione di vantaggio che gli investitori sfruttano.

Il che spiega perché in questo mercato siano ormai minoranza le aziende che operano specificamente nel petrolio o nell’energia più in generale. Il resto è intermediazione di banche d’affari ed hedge funds. La soluzione secondo Kennedy è estendere molto di più le limitazioni poste dalla riforma Dodd-Frank e rimuovere dal mercato delle materie prime, prima americano, e poi globale, chi ha solo ruolo speculativo. Una battaglia ambiziosa e che sembra al momento una scommessa che raccoglierebbe una vincita multimilionaria.

Ma il ruolo degli intermediari e dell’economia di carta è diventato così ingombrante che anche da dentro, ovvero in alcuni centri del potere economico, si comincia a pensare di scavalcarli. O più esattamente di sfruttarne le debolezze e soprattutto di trarre vantaggio dai costi che comportano la presenza di entità intermedie in molti strati dell’economia.

Il Wall Street Journal ha rivelato che la Black Rock, la multimiliardaria società di gestione diretta da Larry Fink ha in mente di lanciare una piattaforma di trading obbligazionario che tagli completamente fuori Wall Street e di farlo con commissioni inferiori a quelle delle società di cui attualmente ci si serve per comprare e vendere bonds. La Black Rock non ha in mente certo di far risparmiare qualche Euro di commissione al pensionato che vuol vendere una obbligazione Enel, come avrete immaginato: il suo pubblico sarebbero gli attuali 46 clienti, tra cui fondi sovrani, compagnie di assicurazione e società di gestione patrimoniale, che potrebbero scambiare titoli senza passare dai canali tradizionali risparmiando sui costi di gestione. Non manca lo scetticismo sul successo del progetto, anche per motivi strettamente tecnici, ma se l’operazione partisse sarebbe un ulteriore brutto colpo al ruolo degli intermediari.

Se il ruolo dei middlemen anche nelle stanze più rarefatte della finanza è ormai posto in questione, lo è anche il loro futuro. Nel suo post dello scorso ottobre la Kaminska concludeva con le seguenti considerazioni: “… in mercati sempre più tecnologicamente avanzati (un contesto che dovrebbe spingere alla trasparenza ed all’aderenza dei prezzi alla realtà) c’è sempre un evidente interesse a nascondere dei dati essenziali per poter giocare da posizione di vantaggio. In effetti, se sei un intermediario, potrebbe trattarsi del solo modo di giustificare la tua esistenza in un mondo che altrimenti sarebbe troppo efficiente per aver bisogno di te. Il che significa che se i principi fondamentali si affermassero malgrado tutto, presto potrebbe arrivare il giorno di un mondo nuovo della finanza, uno in cui alla fine la tecnologia estrometterà dal gioco gli intermediari”.

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I paradossi dell’inefficienza energetica

Dove può vedere uno spiraglio, uno squarcio d’azzurro, un consumatore sempre più tartassato dai conti che hanno a che fare con l’energia? In alcune aree geografiche, ma come avrete immaginato non parliamo di Italia, è accaduto che le dinamiche dei mercati del petrolio e del gas naturale per inefficienze (ovvero per problemi di distribuzione delle materie prime e di “colli di bottiglia” nel loro trasporto) abbiano finito per creare sorprese positive per una parte di consumatori, anche se i maggiori beneficiari sono quelle industrie che dipendono essenzialmente dai combustibili fossili.

Contratti futures sul gas naturale (Bloomberg)

Partiamo dal gas naturale. L’immagine qui sopra, tratta da Soberlook.com, sottolinea come i contratti per la consegna ad aprile di questa materia prima negli Stati Uniti siano arrivati giovedì scorso ai livelli più bassi dal febbraio 2002: 2,266$ per milione di BTU. Oggi sta andando ancora peggio e all’ultima occhiata il grafico era fermo a 2,240$.

Come sottolinea Gail Tverberg nel suo blog sempre ricchissimo di dati, ci sono diverse ragioni  per cui i prezzi americani del gas sono così bassi se paragonati a quelli dell’Europa e dell’Asia, specialmente del Giappone, come si vede dal seguente grafico della Banca Mondiale.

Il sistema dei prezzi del gas non è globalizzato ma agganciato alla domanda ed offerta a breve termine. I limiti attuali della capacità di stoccaggio fanno sì che basti un inverno più caldo del solito che limiti la domanda (come appena accaduto) per scatenare una corsa al ribasso degli indici. La domanda americana (-13% a marzo) è rimasta piatta negli ultimi anni perché al leggero aumento della richiesta delle utilities di questa materia prima per sostituire gasolio o carbone nelle centrali è corrisposta un aumento dell’efficienza delle case per il riscaldamento.

Nel frattempo, per le innovazioni dell’ingegneria di settore implementate negli ultimi cinque anni, la produzione americana è arrivata al ritmo attuale giornaliero di 64 bcf (circa 1,8 miliardi di metri cubi). Ma è soprattutto lo stoccaggio che crea un ingorgo della materia prima che finisce per far crollare i prezzi: secondo gli ultimi dati dell’agenzia americana per l’energia attualmente ci sono disponibili nei depositi 2.380 miliardi di piedi cubici, equivalenti a circa 67 miliardi di metri cubi di gas.

Per confrontare la cifra con le dimensioni italiane: la nostra Stogit ha reso disponibile nel 2011 uno spazio di stoccaggio  di 10 miliardi di metri cubi di gas, senza contare i 5 di riserva strategica. Per i depositi americani le cifre di questi giorni significano uno stock di materia prima del 45% più alto di un anno fa e del 52% salito su base quinquennale. Lo stoccaggio americano nel grafico dell’Agenzia Americana dell’Energia è indicato dalla traccia rossa.

Working Gas in Underground Storage Compared with 5-Year Range

La sempre maggiore efficienza nell’estrarre gas ha riportato la produzione complessiva americana (cresciuta del 3,7% tra 2011 e l’anno precedente) davanti a quella russa, e questo fattore ha permesso ai consumatori americani, meglio di quanto non avvenga in Europa, di ammortizzare almeno in parte gli effetti dell’aumento dei costi dei carburanti destinati al trasporto.

Se il gallone di benzina infatti sta facendo imprecare ogni americano al momento di fare il pieno, proprio come capita a noi italiani, il crollo dei prezzi del gas naturale ha permesso di compensare il conto totale delle uscite legate alla voce-energia, recuperando da elettricità e riscaldamento almeno una parte degli aumenti della spesa per i trasporti. Come indica il grafico qui sotto, dal quale si evince quale sia l’incidenza totale delle materie prime energetiche in America: nonostante tutto ancora sotto al picco dell’anno da incubo, il 2008.

Indice delle materie prime energetiche Via IndexMundi.com

I consumatori (e le industrie energivore) per qualche tempo possono avere la speranza di mantenere questo vantaggio su europei ed asiatici. Perché le società che estraggono il gas hanno due costrizioni: una contrattuale ed una a livello di distribuzione. I contratti sui pozzi nella maggior parte dei casi hanno clausole tali da portare alla cancellazione se l’azienda che lo sottoscrive non usa il pozzo (use-it-or-lose-it). Perciò finora molte compagnie avevano continuato ad usarli anche mentre i prezzi scendevano.

Ma ai livelli di prezzi recenti si sono avute molte chiusure di piattaforme di trivellazione, passate a 652 la settimana chiusa il 23 marzo, ovvero 11 meno della settimana prima. Sono 228 meno di un anno prima. Nello stesso arco le piattaforme di trivellazione petrolifera sono invece salite da 462 a 1313. Si possono vedere i dati completi grazie alle statistiche compilate dall’azienda del settore Baker Hughes.

Le scoietà che operano col gas naturale sarebbero ovviamente entusiaste di spostare verso l’export una parte della produzione sotto forma di gas liquefatto, visto che altrove il gas naturale ha un mercato più generoso con i venditori. Ma come sottolinea Keith Schaefer sul sito Oilprice.com qui ci si scontra con un “collo di bottiglia” davvero difficile da superare.

Oggi ci sono 374 navi metaniere in mare, ovvero l’export di gas ha da fare i conti con un’offerta di relativamente poche navi. Secondo la società londinese di brokeraggio navale Clarkson PLC quest’anno si aggiungeranno solo due navi al totale della flotta affittabile per trasportare il gas liquefatto. Al contrario di quanto avviene ora nel trasporto di container ed altre materie prime in cui i prezzi dei noli sono scesi, chi noleggia le metaniere insomma avrà per un bel pezzo buon gioco nel fare i prezzi.

I vincoli in questo caso hanno un ovvio beneficio sui prezzi che pagano cittadini ed utilities americani, ma la prospettiva di far crescere l’export di gas naturale guadagna sostenitori: un editoriale del Washington Post lo richiedeva esplicitamente in prima pagina, partendo dalla notizia della richiesta della società Cheniere di trasformare un terminal di rigassificazione in Louisiana in una base per l’esportazione.

C’è stato chi ha fatto già i conti sull’impatto che avrebbe su privati ed aziende più export di gas. Secondo i calcoli della società americana RBAC, che sviluppa modelli sul mercato dell’energia, l’impatto sui prezzi dell’energia americana della crescita dell’export del gas naturale può essere 0,13$ se si toglie all’approvvigionamento continentale un miliardo di piedi cubici al giorno, mentre con quello che viene considerato scenario estremo, ovvero 6 miliardi di piedi cubici in più sulle metaniere l’aumento sarebbe di 1,33$.

Una prospettiva non catastrofica per utilities ed industrie energivore, oltre che per i cittadini, ma altri calcoli sono molto meno ottimisti sui riflessi che la crescita delle esportazioni avrebbe. Basandosi sul risultato più estremo calcolato dall’Agenzia per l’Energia, ovvero una crescita dei prezzi fino al 54% tra oggi ed il 2020, il deputato del Massachussets Edward J: Markey ha proposto di proibire ogni nuova infrastruttura per esportare gas naturale fino al 2025, in modo da conservare i prezzi più favorevoli ai consumatori e tenere bassa la bolletta energetica.

Se c’è stato un gigantesco “collo di bottiglia” nel settore del gas naturale, negli ultimi anni un analogo “collo di bottiglia” si è verificato per quanto riguarda il petrolio. Per le due materie prime sono analoghe le situazioni di domanda (stabile e addirittura in calo in certi periodi) ed offerta (con produzioni sempre crescenti). Ma un fattore differenzia le due materie prime, e come vedremo è sufficiente a determinare l’esito per i portafogli dei consumatori.

Da ormai 4-5 anni i prezzi del barile di alcune varietà di greggio come l’europeo Brent o quelli dei paesi arabi sono stabilmente più costosi di quelli dell’americano WTI (West Texas Intermediate). Il collo di bottiglia qui, al contrario di quanto accade per il gas, ha anche un riferimento geografico: Cushing, Oklahoma. Il prezzo più contenuto del WTI è dovuto soprattutto alla gestione ed alla direzione degli oleodotti nordamericani. Cushing è uno snodo fondamentale su questa mappa delle pipelines, come Bologna nel sistema ferroviario italiano. In parole povere alle raffinerie del Midwest americano si è presentata un’offerta sempre crescente di petrolio che arrivava da due direzioni, sua da sud (il Golfo del Messico) che da nord (dal Canada e a partire dal 2006 anche dal North Dakota).

In particolare due oleodotti (Seaway e Capline) per anni hanno portato petrolio a raffinerie di un’area, il Midwest, in cui gli impianti lavoravano da molti mesi già al 95% della capacità. Le società che gestivano le raffinerie, con più offerta di petrolio di quella che fossero in grado di lavorare, non hanno avuto problemi ad approvigionarsi a prezzi più favorevoli. Inoltre, come nel caso del gas, le scorte in eccesso, non comprate da raffinerie già a pieno regime, e bloccate dalle difficoltà della logistica degli oleodotti di si sono accumulate nella zona del Midwest (indicata nel settore petrolifero come PADD2).

In particolare il greggio proveniente dal Canada, più vicino geograficamente alla zona del Midwest ha particolarmente patito questo “collo di bottiglia”. I tentativi di scavalcarlo si sono scontrati con problemi tecnici, ambientali e politici (le perdite dell’oleodotto Alberta Clipper e lo stop dell’amministrazione Obama al tratto nord della nuova pipeline Keystone XL).

Ma le raffinerie americane del Midwest non sembrano così entusiaste di avere altro petrolio di cui non hanno attualmente bisogno, ed il Canada da tempo sta pensando (e litigando) su oleodotti che portino il greggio fuori dalla zona calda: uno, il  Northern Gateway ad est sul Pacifico, l’altro più ambizioso che lo porti fino in Quebec. Difficile dare torto ai canadesi: come rileva sul suo blog il professor Andrew Leach su un export totale di 2,3 milioni di barili al giorno, circa 1,8  attualmente fluisce verso quelle zone interne in cui il prezzo del greggio ha per riferimento il più conveniente WTI.

Se gas naturale e petrolio condividono alcuni aspetti di fondo, in particolare le inefficienze conseguenti a colli di bottiglia di produzione e trasporto ed anche la domanda, rimasta sostanzialmente debole per i prodotti petroliferi quasi quanto avvenuto per per la domanda di gas, i risultati per le tasche dei consumatori sono piuttosto diversi. Infatti se di queste inefficienze beneficiano le bollette quando parliamo di gas lo stesso non avviene quando c’è in ballo il petrolio. Gli americani delle aree continentali, quelle in cui le raffinerie lavorano con riferimento il più conveniente barile di WTI non hanno sensibili sconti alla pompa.

Differenza prezzi greggio e benzina (Via andrewleach.ca)

La tabella qui sopra, visibile sul blog del Professor Leach racchiude le cifre che riguardano in colore blu lo spread tra costo del greggio nel Midwest americano (in colore blu, è l’area indicata come PADD 2) e quello sulla Costa del Golfo (il barile di Brent o LLS nell’area PADD 3). In rosso, sulla scala di destra è indicata la differenza per quanto riguarda il prezzo in dollari per gallone. Nel 2011, su base settimanale, il greggio del Midwest costava $15,75 al barile meno di quello della Costa del Golfo, mentre la benzina al gallone costava  11,1 centesimi di dollaro più di quella del Golfo…

I consumatori del Midwest sono sì trattati meglio, quando fanno il pieno (secondo i dati dell’Agenzia dell’Energia) di quelli della Costa Atlantica o della California, ma hanno ben poco vantaggio dal fatto che le raffinerie dei loro Stati godano di un accesso ad un prezzo del barile di greggio meno oneroso. Perché al contrario di quanto avviene col gas naturale, che i produttori con fatica possono caricare su metaniere sempre in overbooking, per i prodotti raffinati, a cominciare dalla benzina, non ci sono ostacoli particolari a trasportare la produzione in Europa od in Asia. Anzi, proprio nei mesi scorsi gli Stati Uniti sono tornati ad essere un esportatore netto di prodotti raffinati. Non a caso le raffinerie dell’area PADD3, soprattutto quelle di Texas e Louisiana, negli ultimi mesi hanno imitato quelle del Midwest e lavorano ormai a piena capacità.

La raffinazione in USA divisa per aree (via ourfiniteworld.com)

Gli ultimi mesi hanno quindi cambiato anche il panorama della distribuzione del petrolio. La canadese Enbridge, per evitare l’ingorgo che blocca e svaluta la propria produzione, ha a lungo cercato di far invertire alla proprietaria dell’oleodotto Seaway (la ConocoPhilips) la direzione del flusso. Senza successo: alla ConocoPhilllips, proprietaria anche di raffinerie nel Midwest, conveniva lo status quo.

Allora i canadesi hanno comprato la quota della compagnia americana ed hanno potuto finalmente capovolgere la direzione del flusso che passa nei tubi Seaway: non più verso il Midwest ma verso il Golfo. La Royal Dutch Shell, azionista di maggioranza della Capline si sta interrogando a sua volta sulla opportunità di cambiare direzione alla propria pipeline per mandare greggio verso il Golfo del Messico. Se a questo quadro aggiungiamo un nuovo progetto della canadese Enbridge, di cui ha scritto un articolo uscito oggi sul quotidiano di Toronto Globe and Mail ed i lavori attorno al progetto dell’oleodotto XL Keystone viene da chiedersi se di qui ad una annetto non leggeremo di un altro “ingorgo” di barili di greggio…

Qui sopra vedete la bella infografica uscita sul sito internet del Globe and Mail. Un azzardo aggiungere altra materia prima verso il Golfo del Messico ? Il nuovo oleodotto alla Enbridge costerebbe $3,8 miliardi (dollaro americano e canadese sono vicini alla parità), ma ai produttori dell’Alberta vendere il greggio derivato dalle sabbie bituminose ai prezzi attuali (sganciati dai prezzi internazionali e legati al meno costoso WTI) costa $18 miliardi l’anno. Nessuno peraltro si aspetta che questi nuovi progetti possano portare un vantaggio diretto per chi andrà a fare il pieno, né in Canada né in U.S.A.

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