Quando i burocrati di Basilea spaventano i banchieri tedeschi

Pochi giorni fa Soberlook.com ha pubblicato un grafico che evidenzia la ulteriore contrazione della circolazione di obbligazioni societarie negli USA.  Ecco il breve commento: “Qui vedete la media mobile a quattro settimane delle posizioni dei dealer di obbligazioni corporate primarie (di nuova emissione). Malgrado si sia tirato un po’ il fiato  grazie alla recente attività di nuove emissioni, i portafogli continuano ad assottigliarsi, dato che le banche smagriscono i bilanci in vista delle norme della Dodd Frank e di Basilea III. I portafogli sono adesso ai livelli del 2002, quando il mercato complessivo del debito aziendale era molto più piccolo. Come precedentemente discusso, questo danneggerà la liquidità, particolarmente per le aziende dalle dimensioni medie e più piccole interessate alle emissioni. Nel futuro alcune società potrebbero restare del tutto tagliate fuori dal mercato del debito corporate. Questo non è uno sviluppo positivo per la crescita economica USA”.

Il fenomeno aveva già iniziato a manifestarsi in modo acuto dall’estate 2011 e lo scorso autunno aveva trascinato i volumi di obbligazioni corporate ai minimi degli ultimi otto anni. Lo sviluppo positivo non lo è nemmeno per l’Europa e per l’Italia. Anche perché sembra allontanare l’ipotesi di alternative al tradizionale canale europeo (specie italiano) del finanziamento bancario. In un articolo di fondo sulle pagine della finanza del maggior quotidiano canadese Nicolas Veron, economista del Bruegel Institute, sosteneva che agevolare il credito extra-bancario dovrebbe essere un obiettivo delle future politiche economiche continentali.

Non senza argomenti: “Le crisi bancarie sistemiche sono quasi sempre seguite da una contrazione delle attività del credito per la maggior parte delle banche, un processo conosciuto come deleveraging bancario. Negli USA questo processo non è stato altrettanto traumatico, principalmente grazie alla flessibilità e versatilità del sistema: mentre le banche riducevano la loro esposizione, altri canali del credito restavano attivi o si espandevano, mitigando la stretta creditizia. In molti paesi europei, al contrario, quando le banche hanno iniziato ad applicare standard di credito più restrittivi, ci sono stati poche alternative per aiutare chi chiedeva prestiti, anche quando provvisto di una storia di credito solida. Perciò per la maggior parte dell’Europa l’erogazione del credito è zoppicante, e la situazione è probabilmente destinata a peggiorare nel prossimo futuro”.

Uno degli edifici della Banca dei Regolamenti Internazionali a Basilea (via BIS)

Purtroppo la soluzione di affidarsi di più in Europa ad altri strumenti di erogazione del credito sembra di difficile attuazione nel momento in cui mostra la corda anche sul mercato nordamericano, più aperto su questo versante almeno fino a pochi mesi fa. Per mancanza di alternative a breve termine dunque per le aziende continentali è difficile non fare i conti quotidiani con la stretta creditizia. E qui sono i numeri a dare le dimensioni del problema: secondo i dati BCE, in Italia a marzo 2012 i prestiti a società non finanziarie ammontavano a 903 miliardi di euro, rispetto agli 895 dell’anno prima. Una cifra superiore anche agli 898 miliardi di euro presi a prestito dal sistema produttivo tedesco, ben più grande di quello italiano e avvantaggiato come noto da tassi generosi.

In attesa di un’era in cui la Grande Recessione sia un ricordo e in cui il credito possa appoggiarsi su più pilastri come auspica Veron, diventa quindi vitale sciogliere almeno alcuni dei nodi stretti da burocrazie miopi, come quella che ha casa a Basilea. Sull’inserto di economia de La Repubblica, Andrea greco ricordava come le norme Basilea 3 (che come abbiamo visto hanno un riflesso negativo per l’accesso al credito delle società nordamericane) lo abbiano ancor più per le piccole  e medie aziende italiane. Le banche commerciali italiane vivono di credito a quattro milioni e mezzo di queste PMI.

Uno dei più nascosti e meno noti ma probabilmente più importanti successi italiani in Europa in questi mesi è l’essere riusciti a far approvare dall’Europarlamento una serie di emendamenti alle direttive sui requisiti di capitale. Uno di questi, a regime, introdurrà un coefficiente che nel caso di affidamenti alle PMI rende meno penalizzante la ponderazione (e come noto la direttiva Basilea 3 privilegia il possesso di equities, magari destinate a prossimo declassamento nel teatrino del rating, rispetto ai crediti verso clienti). Non sarà una medicina miracolosa per veder tornare di botto gli impieghi bancari verso le imprese italiane dal 59% in cui erano a marzo 2012 al livello di cinque anni fa del 65% (dati ABI), ma è uno dei piccoli passi che allontanano dal baratro.

E forse un passo non tanto piccolo e perfino destinato al successo. Perché a volte (e questo pare uno di quei casi) quello che esce dalle stanze di Basilea mette in agitazione non solo le periferie mediterranee ma anche il cuore dell’Europa. Si può trovare nella newsletter della Banca d’Inghilterra l’opinione al riguardo di Heinrich Haasis (presidente della DSGV, l’associazione delle influenti casse di risparmio tedesche) espressa al seminario Eurofi a Copenaghen a marzo: “Sostengo che i requisiti di capitale per i prestiti alle PMI dovrebbero giustamente rimanere ai livelli originali di Basilea II. Non ci sono argomentazioni o indicatori di alcun genere che giustifichino la ponderazione del rischio e requisiti di capitale associato per prestiti alla PMI siano alzati al livello di Basilea III”.

Se solo l’interesse dell’Europa periferica e della Germania coincidesse più spesso…

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