Aspettando un ministro delle piccole opere

variante di valico: Aglio (FI)

La variante di valico in costruzione nei pressi di Aglio (foto Marzetti)

Oggi due tra i più diffusi quotidiani  europei, il Financial Times e Repubblica, hanno pubblicato due articoli che, visti l’uno accanto all’altro, sono motivo di riflessione. Sul quotidiano economico britannico è uscito un pezzo di Mark Odell che attira l’attenzione sulla forzata disaffezione di automobilisti e camionisti verso le strade a pedaggio. E in particolare si segnala come sia proprio il traffico commerciale ad essere quello più sensibile alle variazioni negative del PIL, un effetto che coinvolge le mediterranee Italia e Spagna ma anche la ben più centrale Francia. Nel primo trimestre 2012 gli operatori autostradali dei primi due paesi (Atlantia e Abertis) hanno avuto un analogo calo del traffico: del 9% circa. A sorpresa c’è stato un piccolo decremento anche in Francia. Nell’infografica del FT qui sotto in basso a destra sono confrontati i dati:

Confronto tra le principali società autostradali di Italia, Spagna e Francia (via Financial Times)

Tutte e due le aziende, e anche la francese Vinci, stanno diversificando, specialmente in America Latina, per mantenere i bilanci in salute. Ma la situazione europea a breve e medio termine per tutti sembra poco rosea, anche se per quanto riguarda l’Italia le stime di Atlantia sono su un più contenuto calo del 5% sui dodici mesi (avendo maltempo e scioperi inciso particolarmente sul primo trimestre). L’amministratore delegato Giovanni Castellucci ha detto al quotidiano della City: “La gente sta iniziando a prendere decisioni sull’allocazione delle risorse del bilancio familiare. Il traffico del fine settimana sta calando tangibilmente dato che più gente sta vicino a casa invece che passare il tempo libero fuori città. L’economia reale ed il benessere delle famiglie sono sufficientemente solidi, ma la fiducia del consumatore è bassa”.

A fare da contrappunto all’articolo precedente stamattina sulla prima pagina dell’inserto di economia de La Repubblica abbiamo trovato un richiamo ad un pezzo intitolato: “Ciaccia vede infrastrutture per 25 miliardi”. A pagina 23 Alessandra Carini intervista il viceministro per le infrastrutture, che spiega come quella cifra sia il risultato dei tre Cipe succedutisi tra dicembre dello scorso anno ed aprile, e che hanno messo in campo soldi reali per opere come l’alta velocità tra Brescia e Treviglio, il Mose, il terzo valico dei Giovi e la linea C della metropolitana romana. Si tratta di una massa di denaro che va a toccare anche il 2013 e riguarda opere già cantierabili.

Una intervista che deve essere sembrata musica al neo-presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che appena eletto si è subito scoperto neo-keynesiano dichiarando al quotidiano Il Sole 24 Ore (pag. 16 dell’8 maggio scorso) che “Nel 1929 gli Usa uscirono dalla crisi con un massiccio programma di investimenti infrastrutturali. Siamo nella stessa situazione”. Una posizione che non  sorprende per un imprenditore che viene dall’edilizia. Infatti c’è nell’articolo altro virgolettato attribuito a Squinzi: “Bisogna rifocalizzarci nel settore dell’edilizia, che da noi non ha conosciuto gli eccessi di altri paesi come la Spagna”.

Ecco, appunto, la Spagna. Paese che (come ricorda una utile infografica sulla stessa pagina di Affari&Finanza in cui compare l’intervista a Ciaccia) ha costruito 13.515 km di autostrade contro i 12.645 della Germania ed i 6.629 dell’Italia e 2.056 km di linee ferroviarie alta velocità contro i 1.285 della Germania e i 923 dell’Italia (dati 2008). Investimenti faraonici avvenuti con generosi fondi europei e che hanno contribuito in modo significativo ai bilanci attuali in rosso di banche, aziende, autonomie locali.

In Spagna e non solo le autostrade difficilmente saranno una gallina dalle uova d’oro nei prossimi lustri. Lo stesso vale per le ferrovie ad alta velocità che (anche qui non solo in Spagna) faticano a coprire gli investimenti. Mentre due pilastri delle Grandi Opere infrastrutturali faticano, si assiste invece ad una crescita di domanda di trasporto, ma a basso costo. In Italia secondo il rapporto “Pendolaria” di Legambiente un settore in crescita è quello del traffico ferroviario pendolare in fuga dal caro-auto e caro-benzina (che ha all’attivo un +7,8% nell’ultimo biennio considerato). La compressione del potere d’acquisto attuale va esattamente nella direzione opposta alla propensione a spendere per servizi potenzialmente migliori. Gli italiani stanno dando vita a tutta la loro ingegnosità quando si tratta di sopravvivere alla crisi, si tratti di sostituire l’auto col treno oppure l’auto con la moto, come sta avvenendo a Milano da quando c’è l’Area C.

I dati sul traffico presentati all’inizio di questo post forse un giorno saranno un irripetibile picco negativo da additare a perplessi studenti di economia. Ma intanto pensiamo non facciano dormire sonni tranquilli a quegli amministratori che hanno lanciato progetti ambiziosi come la nuova BreBeMi da (secondo loro) 60.000 veicoli giornalieri. Gli automobilisti lombardi sono forse rassegnati a cambiare semplicemente casello e pronti a lasciare soldi ad una diversa concessionaria o reagiranno come gli automobilisti toscani (cioè malissimo) alla proposta del pedaggio sulla Firenze-Siena ?

Viene da pensare che durante la Grande Recessione più le grandi opere, materiali o istituzionali, si dimostrano una cocente delusione più la reazione dei cittadini sia di rigetto, per calcolo economico o per convinzione o per entrambe. Una piccola speranza che questa dinamica sia almeno in parte recepita la lascia, a sorpresa, una frase del viceministro: “Senza infrastrutture non si va da nessuna parte. Ma non ci sono solo grandi opere: siamo anche poveri di piccole visto che i Comuni sono strozzati dal patto di stabilità e che spesso queste costituiscono l’humus dal quale nascono le grandi”.

La grande opera sarebbe cominciare e ultimare le piccole opere…

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