La fabbrica della paura produce rendimenti bassi

La settimana attuale sembra voler rivaleggiare con quella precedente per le scosse che sta infliggendo ai mercati dell’Eurozona. A ben guardare anche il lunedì, pur concluso con indici in deciso rialzo, aveva mandato i primi segnali di tempesta. Il più importante dei quali è stato la diffusione da parte della Banca d’Italia dei dati sulla bilancia dei pagamenti del mese di marzo, riportata qui sotto.

Non hanno impiegato molto gli analisti ad aprire i loro grafici e ad osservare come marzo abbia fatto registrare il più consistente deflusso di sempre di denaro investito in Italia, liberatisi di obbligazioni a medio e lungo termine per un importo di circa 38 miliardi di Euro. Un fatto che non è stato  compensato da un pur consistente flusso rivolto al rientro entro i confini del Bel Paese e che ha spinto verso l’alto la percentuale di debito sovrano in mano italiana, debito per cui la disaffezione degli investitori esteri è cresciuta in modo consistente.

Ma questa tabella ci sta forse fornendo anche i numeri di una versione “sotto steroidi” della corsa allo sportello di cui abbiamo appreso da tempo nella vicina Grecia e, più di recente, nella Spagna delle banche appesantite dallo sboom dell’edilizia? La prima reazione in tal caso potrebbe ricordare forse quella delle numerose parodie dei più noti film horror: in cui ad un certo punto alle urla di terrore se ne aggiungono altre ancora più acute finché nessuno sa più perché stia urlando. Il che, invece della voglia di correre a comprare delle sterline d’oro o dei kruger-rand da seppellire in giardino (ma l’indice dell’oro sta scendendo: nessuno sta gridando più di terrore in giro per il mondo?) a chi scrive fa sempre scattare la voglia irrefrenabile di leggere opinioni più flemmatiche.

E di più flemmatiche difficilmente  se ne trovano di quelle dell’inglesissimo Matthew Lynn che nella sua colonna di ieri su Marketwatch.com  non manca di sottolineare come ormai si sia formato un vero e proprio ingorgo di economisti pronti a sgomitare per spiegare in TV o su un sito internet dedicato alla finanza a quale punto la potenziale uscita della Grecia dall’Eurozona sia una minaccia globale.

Ma Lynn non crede all’inevitabilità dell’effetto catastrofico a catena, ed anzi pubblica il parere del money manager David Marcus (di Evermore Global Advisers):  “Dopo la crisi asiatica del 1997 tutti scapparono da quel mercato. Ma quelli che sono entrati allora hanno fatto un bel mucchio di soldi. Lo stesso potrebbe essere vero in Europa”.

Il parere di Marcus non è poi così solitario, anche se scegliere di scriverlo in queste righe mentre è appena finito l’ennesimo inconcludente vertice europeo, può apparire temerario. Il fatto è che il signor Michael Kurtz della banca giapponese Nomura nella sua nota periodica si chiede perché pensare che stia andando a fondo proprio e solo l’Eurozona se praticamente tutti i mercati e gli indici nell’ultimo mese sono stati presi a calci nel fondo schiena. E presenta il seguente grafico, riprodotto pari pari da Business Insider, che è piuttosto eloquente: solo dollaro e obbligazioni del Tesoro americane nelle colonne a sinistra, non sono sottacqua.

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La psicologia gioca molto in questa fase e Kurtz non manca di farlo notare: “Una giuria raccogliticcia sembra aver deciso anche in vostra vece che la piccola Grecia sia un disastro globale incontrollabile ormai alla vigilia del verificarsi … ma nel chiedervi di far vostro quel verdetto e di cercare la sicurezza delle obbligazioni americane, per esempio, l’industria della paura vi chiede di accontentarvi di un rendimento di solo l’1,7% in un mondo in cui ancora è in piedi l’aspettativa di un PIL nominale 2012 del 5,0%, e del 5,5% per l’anno seguente”.

Kurtz parla dei tassi ma potrebbe benissimo riferirsi con la stessa logica ai tassi di interesse del debito pubblico tedesco, in cui ieri abbiamo visto i Bund a trent’anni scendere sotto la soglia del rendimento del 2%. Un altro mattone dell’edificio della repressione finanziaria che serve, ma non a tutti, a smaltire i debiti sovrani.

Ma torniamo all’Italia, in cui non è raro oggi sentire chiedere la gente a vicenda rassicurazioni che ormai vanno già oltre le vessazioni fiscali, per interrogarsi sul futuro di pilastri ancor più basilari come i semplici conti correnti. Flussi intraeuropei e tassi minimi dei paesi esenti dal rischio implicano forse che siamo alla soglia di una corsa allo spostamento all’estero? Invece di rispondere sul futuro cerchiamo di capire cosa vogliono dire quei numeri del recente passato, quelli della bilancia dei pagamenti. Il blog Alphaville del Financial Times ieri mattina riportava, grazie all’occhio acuto di Kate Mackenzie, una analisi di Alan Ruskin della Deutsche Bank, che forse per assonanza coll’omonimo ottocentesco che tanto amava l’Italia procede a snocciolare un ragionamento che la Mackenzie riassume così nel titolo “Ma allora il deflusso di capitali dall’Italia non è poi così drammatico ?”

Ruskin non smentisce affatto che la cifra in uscita dall’Italia (parliamo di investimenti in azioni ed obbligazioni) sia trascurabile, anzi, precisa che si tratta di un incremento cresciuto di sei volte rispetto alle cifre dell’anno precedente. Il grafico seguente riassume i flussi con quelli in entrata, su media trimestrale, in azzurro e quelli in uscita in rosso.

Però Ruskin invita domandarsi se una fetta consistente del flusso verso l’estero non sia in realtà una somma destinata al ripagare debito arrivato a maturazione. E ha dalla sua i dati sulla massiccia quota di emissioni obbligazionarie bancarie che giungono a scadenza nella prima metà, e che in molti casi, data l’intenzione della maggior parte degli istituti di mettere a dieta i bilanci, possono aver comportato la scelta di non rinnovarli né di procedere a nuove emissioni. Secondo stime riportate nel post le banche italiane avrebbero scadenze a maturazione (tra secondo e quarto trimestre 2012) ammontanti a 40 milioni di euro (le spagnole devono a far fronte ad un importo più che doppio).

Europe banks debt maturing 2012 - Barcap via Prag Cap

La logica è che se sfruttando il programma di finanziamento triennale della BCE una volta onorati i debiti non si fosse proceduto a nuove emissioni, il flusso NON potrebbe che apparire come unidirezionale, uscendo dall’Italia, e poi dando vita a cascata alle compensazioni via banche centrali del sistema Target2, con i bilanci di aprile che riguardano l’Italia saliti a 279 miliardi di euro. La risposta all’ipotesi di Ruskin la daranno i prossimi mesi: flussi di portafoglio che continuassero ai ritmi attuali farebbero pensare che non si tratti solo di ridimensionamento del debito ma di vera e proprio esodo.

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