La rivincita dell’investitore imbufalito

No, non assomiglia neanche un po’ al Maggio Francese (e la vittoria alle Presidenziali di François Hollande non c’entra affatto), anche se c’è chi si lancia nel fare paragoni tra “Occupy Wall Street” ed “Occupy The Boardroom”. Caso mai potrebbe essere un Maggio del Povero Azionista. Lo scorso primo maggio è uscito un editoriale sul liberal New York Times dal titolo “Il Boss e tutti gli altri” che sollecitava il completamento delle misure della Dodd-Frank, la legge che ha iniziato a mettere timidamente le briglie ai vertici, spesso troppo disinvolti, delle grandi corporation. Poi, il quattro maggio, a sorpresa anche l’insospettabile Financial Times, è partito alla carica titolando: L’irresistibile ascesa dell’investitorefuribondo“.

La riforma introdotta nella legislazione americana dalla Dodd-Frank include un provvedimento che attribuisce agli azionisti la possibilità (attualmente non vincolante per la società) di dire la propria sulle remunerazioni dei vertici di una società, il cosiddetto “say-on-pay”, previsto almeno una volta ogni tre anni. Come segnala il NYT, la cosa è stata prevista perché… “Una lezione della crisi finanziaria è stata che remunerazioni eccessive hanno portato ad eccessive assunzioni di rischi”.

Per ben due anni dall’entrata in vigore della legge Dodd-Frank l’opportunità è rimasta sulla carta e nessuno ha deciso di mettere alla prova un board. Ma alla fine qualcuno ha cominciato ad utilizzare quest’opportunità di manifestare scontento, contestando al massimo dirigente di Citigroup Vikram Pandit un pacchetto da $15 milioni, e una volta cominciato il primo dissenso si è scatenata una valanga, che ora non accenna a fermarsi. Nel giro di pochi giorni la lista dei board contestati per la generosità nell’attribuirsi stipendi e bonus si è allungata con UBS, Credit Suisse, Barclays, Xstrata, Aviva, Trinity Mirror, Astra Zeneca ed Inmarsat. E in alcuni casi le contestazioni non sono state solo di sostanza ma anche roventi nei modi. Tanto che in almeno due casi, Trinity Mirror ed AstraZeneca il N.1 ha dovuto lasciare il campo.

Come non manca di sottolineare il Financial Times, investitori ed azionisti non sono stati finora esenti da colpe. Sono stati anzi i primi a credere nella “trickle-down theory“, ad essere convinti anche di fronte a forti indizi del contrario, che gli eccessi al vertice avrebbero comunque beneficiato alla fine anche la base, nell’allegra euforia degli anni del denaro facile. Malgrado scandali e qualche esagerazione venisse periodicamente a galla in molti, in troppi, hanno fatto spallucce perché gratificati dai numeri di fine anno del deposito titoli o della pensione integrativa.

Ma con la crisi ora sia chi gestisce un grande fondo pensione sia chi tiene d’occhio risparmi sempre più tartassati ha perso ogni inclinazione alla tolleranza e timore reverenziale anche verso figure di manager carismatici, e l’opportunità di esprimersi sulle remunerazioni dei vertici di una società rende chi investe quanto mai poco propenso ad essere di manica larga sul tema del “pay for performance”. Così i duri manager sempre pronti a chiedere produttività, produttività, produttività ai dipendenti del globo si trovano infine a fare i conti con benchmark in cui l’accondiscendenza non è e non sarà l’unità di misura. Del resto, come scrive il FT: “Se gli investitori non mettono in riga i manager, non ci sarà nessuno a farlo al loro posto”.

Il quotidiano si spinge anche a chiedere più potere per gli azionisti: il potere di “say on pay” dovrebbe diventare vincolante, anche a costo di affrontare le difficoltà supplementari che questo comporterebbe nella gestione di molte società. Che gli azionisti chiedano che i manager rendano in base al reddito che viene loro riconosciuto non è chiedere troppo. Del resto dietro a problemi di complessità si riparano anche, dall’altra parte dell’Atlantico, molte società che ritardano l’implementazione di un’altra richiesta della Dodd-Frank: quella di rendere pubblico il gap sui redditi all’interno delle grandi corporation, un divario che si approfondisce ogni anno e che in Italia ha fatto notizia solo per un breve periodo, attorno alla figura di Sergio Marchionne.

Dirigenti e board si rendono conto della cattiva pubblicità che questo comporta, specie in questo periodo, e cercano di rinviare le rivelazioni in proposito, specialmente tenendo d’occhio alcuni divari abissali previsti per aziende che hanno sedi in paesi emergenti. Ma gli investitori, se non vogliono dormire i sonni artificiali di questi ultimi anni immersi nelle nebbie di boom fasulli farebbero bene a non cedere nemmeno su questo terreno. I mercati non fanno sconti ai cittadini, i cittadini iniziano ad usare alcuni dei pochi e limitati strumenti che hanno e non fanno sconti ai leader dei mercati.

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