Il primo maggio e la distruzione della domanda

Il centro commerciale di Cinisello Balsamo può non avere ambizioni glam e nemmeno mire sofisticate, ma si trova in un punto strategico: proprio alla congiunzione dell’autostrada A4, della Tangenziale Nord e della Statale 36, l’importantissima arteria che raccorda Milano a Lecco ed alla Valtellina.

Il centro commerciale Auchan di Cinisello Balsamo (foto Carlo Marzetti)

Oggi, primo maggio, è chiuso. Non per ragioni etiche o morali come i punti vendita Unicoop in Toscana, che con largo anticipo hanno fatto sapere ai soci-clienti “1 maggio chiuso per scelta“. La proprietà è della Auchan e quindi la chiusura non c’entra con le ideologie. Caso mai nell’attuale contesto la scelta puramente economica della società francese contribuisce a rendere un po’ petulanti, viste ad un anno di distanza, le beccate che allora si scambiavano sull’opportunità di tenere aperti gli esercizi il sindaco di Firenze Matteo Renzi e la sinistra radicale che poco lo ama da sempre.

Alla Auchan sicuramente di quei battibecchi non importa niente: ha fatto i conti e preso atto che con la distruzione di domanda in atto negli ultimi mesi non era proprio il caso di tenere aperto. Anzi, ha fatto preparare (e quindi ordinato e pagato) quattro enormi striscioni per far sapere ai clienti abituali che oggi il centro sarebbe stato chiuso.

La recente raffica di notizie sugli aumenti di inflazione e del “carrello della spesa” (l’espressione con cui si indicano beni e servizi acquistati con maggior frequenza) è la premessa che rende anche quelle attività che un tempo si definivano anticicliche perché meno esposte ai venti di recessione ormai costrette sulla difensiva.

Il sito Soberlook.com domenica scorsa attirava l’attenzione sul crollo generalizzato nell’Eurozona delle vendite al dettaglio. Un calo che riguarda anche i giganti della grande distribuzione che un tempo anzi beneficiavano delle sofferenze dei piccoli esercizi. Carrefour, il più grande nel settore in Europa, ha segnalato un calo dello 0,1% nel primo trimestre del 2012. Sia gli ipermercati francesi sia i punti vendita della periferia dell’Eurozona hanno sentito particolarmente gli effetti di queste settimane.

La soluzione percorsa da Carrefour avrà quale terreno di battaglia per riconquistare i tartassatissimi consumatori i prezzi. Le tre economie di maggiori dimensioni dell’Eurozona per quanto riguarda le vendite della grande distribuzione non danno segnali incoraggianti: la società di ricerca Markit Partners ha diffuso il seguente grafico dell’indice PMI (dei manager agli acquisti) del settore retail e le curve sottolineano come ad aprile si sia scesi a 41,3 rispetto al 49,1 di marzo (sotto il 50 le attività sono in fase di contrazione). La discesa è arrivata al punto più basso dal novembre del 2008. Sulla scala di destra, in arancione, le vendite al dettaglio, trimestre su trimestre.

Eurozone Retail PMI (fonte: Markit Partners via Soberlook.com)

Anche in un paese apparentemente ancora distante dalle preoccupazioni che avvolgono i paesi mediterranei come la Francia le cose non vanno meglio. L’indice riprodotto qui sotto si riferisce al PMI francese. E’ a livelli ancora più bassi di quelli del periodo nero tra 2008 e 2009 ed è stato analizzato così da Jack Kennedy, della società Markit: “…sebbene chi ha risposto al sondaggio abbia indicato che la debolezza sia parzialmente da attribuire all’incertezza che circonda le elezioni presidenziali, la fragilità dell’economia è anche chiaramente un fattore importante che pesa sulla spesa dei consumatori. Il settore del largo consumo spererà in una sorta di rimbalzo una volta che le elezioni saranno alle spalle, ma il settore sembra probabilmente destinato ad essere un peso sul PIL del secondo trimestre”.

Indice dei manager degli acquisti della grande distribuzione francese (fonte: Markit Partners via Soberlook.com)

Naturalmente la difficile congiuntura non pesa solo su distribuzione dei paesi che impiegano l’Euro. Già da qualche mese il gigante britannico del largo consumo Tesco ha intrapreso delle iniziative per rispondere alle difficoltà del mercato interno, sempre più compresso dalla politica di austerity senza se e senza ma del governo di David Cameron.  La discesa dei profitti e delle quote di mercato tuttavia non ha portato la società diretta da Philip Clarke al solito verbo dei tagli al personale e della produttività.

Non sono passati molti mesi da quanto la stessa azienda (che è il più grande datore di lavoro privato del paese)  aveva clamorosamente inciampato in un programma realizzato in collaborazione col DWP nazionale (Dipartimento del Lavoro e delle Pensioni). Questo programma prevedeva collocamento a breve termine per giovani britannici che però dovevano uscire dalla rete dei sussidi, salvo poi non essere confermati a tempo indeterminato. La reazione non aveva solo portato astio e malumori, ma anche pesato in qualche modo sui conti aziendali con clienti persi.

Oggi invece la Tesco ha deciso di puntare sulla qualità degli standard dei propri servizi, sulla scelta dei prodotti e sul miglioramento dell’addestramento del personale. Per questo prevede, nei prossimi due anni, di creare fino a 20.000 nuovi posti di lavoro, per la maggior parte da destinare a giovani. Inoltre investirà molto per rinnovare i propri punti vendita, destinando più risorse ai piccoli negozi e meno attenzione agli ipermercati, settore sempre più in difficoltà da un lato con la concorrenza dell’e-commerce, dall’altro penalizzato dalla corsa dei prezzi dei carburanti rispetto ai più accessibili negozi di vicinato.

Questa strategia, vincente o no, sembra quella di un’azienda che vuole combattere la distruzione di domanda, e quindi generare crescita. A noi sembra un percorso da apprezzare, ma forse non siamo abbastanza sofisticati. Infatti nel  suo commento sul Daily Telegraph il gestore di fondi (Invesco Perpetual) Neil Woodford sembra sì dimostrare simpatia verso la società britannica, ma non al punto da scommettere su di essa, anzi: “Tesco resta una grande azienda britannica con molte peculiarità attraenti e punti di forza. Da un punto di vista dell’investimento, peraltro, c’è sempre un’intensa competizione per il capitale nei miei portfolio e sono più convinto di altre opportunità di investimento. A mio avviso, Tesco deve essere sapere diventare una società che produce più denaro, meno capital- intensive. In breve, ha la necessità di dimostrare che è diventata una società più concentrata sulle prospettive degli azionisti”.

Forse per Woodford (ed i suoi colleghi della City) nemmeno durante la peggior recessione dagli anni ’30 un passo che vada nella direzione opposta alla distruzione della domanda vale un temporaneo sacrificio sui dividendi o sui capital gain.

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