L’economia di carta e l’ombra degli intermediari.

I numeri lasciano ben pochi dubbi: nell’ultimo decennio il potere d’acquisto è calato e continua a calare, mentre il solco salari-prezzi continua ad approfondirsi. Il che contribuisce a spiegare perché pur tra mille difficoltà abbiano sempre più seguito le iniziative che cercano di avvicinare produttori e consumatori accorciando la catena distributiva il più possibile.

Purtroppo la realtà ci ricorda continuamente che se può riuscire relativamente facile tagliar fuori i filtri intermedi quando si tratta di far arrivare direttamente sulle nostre tavole formaggio o miele, la strada da percorrere è molto più lunga quando le materie prime sono gestite a livello globale e si parla di caffé o cacao. O del petrolio. Ma anche, come vedremo, del mondo della finanza. Ci sono settori economici in cui gli intermediari sembrano aver preso il timone dell’intero processo.

Lo scorso 10 aprile Joseph P. Kennedy II ha firmato un editoriale sul New York Times in cui sostiene che il percorso per abbattere il prezzo del barile (secondo i suoi calcoli fino al 40%) debba necessariamente passare per il ridimensionamento o l’eliminazione degli intermediari. Kennedy riconosce che riguardo al petrolio non c’è modo di intervenire sulla domanda crescente dei paesi emergenti “…ma ci sono fattori che contribuiscono all’alto prezzo del petrolio per i quali possiamo fare qualcosa. Il principale tra questi è l’effetto degli speculatori puri: investitori che comprano e vendono contratti futures sul petrolio ma non prendono mai possesso di veri barili di greggio. Questi intermediari aggiungono poco valore e un sacco di costi quando spingono verso l’alto il prezzo del greggio nel perseguire un guadagno finanziario”.  

In una testimonianza davanti al Congresso di Washington l’esperto di materie prime Michael W. Masters ha indicato in circa un miliardo di dollari il valore del mercato dei contratti futures sul barile di petrolio scambiati giornalmente (l’audizione è avvenuta nel 2009). Dato che la produzione mondiale di greggio si attesta su circa 85 milioni di barili, circa il 90% del mercato di fatto si avvita sullo scambio di barili che esistono sulla carta, ma che non sono mai realmente stati estratti da alcuna piattaforma di trivellazione.

In pratica da tempo ci si è allontanati da leggi tradizionali di domanda ed offerta, i prezzi sono fissati piuttosto da scommesse sulle aspettative dei prezzi futuri, e queste aspettative sono manipolate. La manipolazione del mercato raggiunge i suoi obiettivi soprattutto nascondendo informazioni sulla situazione reale: uno degli strumenti è la creazione di materie prime “di carta”, gestite attraverso dark inventory, ovvero cassaforti virtuali piene di contratti su titoli o materie prime accuratamente parcheggiati lontano dai riflettori. Una delle prime a parlarne è stata l’arguta Izabella Kaminska sul blog del Financial Times Alphaville, che precisa anche quale sia il carburante che ha messo in moto questa macchina infernale: “… la strategia ha una vulnerabilità importante; funziona solo finché avete accesso a finanziamenti a basso prezzo per la accumulazione e gestione del vostro portafoglio-ombra in mercati in discesa”.

Ma a quel punto, grazie alla massa di liquidità a basso costo garantita dalle banche centrali americane ed europee, chi si è creato silenziosamente quel portafoglio può giocare in posizione di vantaggio contro la massa degli investitori, che vede movimenti non spiegati da fondamentali, e che alla fine finisce per assecondare il trend, dando modo a chi si è creato quelle scorte occulte di scegliere come realizzare i propri profitti, magari o soprattutto andando controcorrente.

Per tornare all’articolo del figlio di Bob Kennedy: quella nata come meccanismo di difesa dalle oscillazioni dei prezzi (per aiutare a pianificare i bilanci di aziende energivore come compagnie aeree) si è trasformata in mercato speculativo in cui un’imponente massa di denaro reperibile a bassissimo costo è alla caccia di un limitato numero di barili di greggio, spingendone verso l’alto il prezzo. A differenza di quanto succederebbe se si creasse una bolla speculativa su altre materie prime, ad esempio il cacao, la dimensione di questo mercato e la difficoltà di trovare alternative immediate al petrolio nelle economie globali fornisce al “mercato di carta” una posizione di vantaggio che gli investitori sfruttano.

Il che spiega perché in questo mercato siano ormai minoranza le aziende che operano specificamente nel petrolio o nell’energia più in generale. Il resto è intermediazione di banche d’affari ed hedge funds. La soluzione secondo Kennedy è estendere molto di più le limitazioni poste dalla riforma Dodd-Frank e rimuovere dal mercato delle materie prime, prima americano, e poi globale, chi ha solo ruolo speculativo. Una battaglia ambiziosa e che sembra al momento una scommessa che raccoglierebbe una vincita multimilionaria.

Ma il ruolo degli intermediari e dell’economia di carta è diventato così ingombrante che anche da dentro, ovvero in alcuni centri del potere economico, si comincia a pensare di scavalcarli. O più esattamente di sfruttarne le debolezze e soprattutto di trarre vantaggio dai costi che comportano la presenza di entità intermedie in molti strati dell’economia.

Il Wall Street Journal ha rivelato che la Black Rock, la multimiliardaria società di gestione diretta da Larry Fink ha in mente di lanciare una piattaforma di trading obbligazionario che tagli completamente fuori Wall Street e di farlo con commissioni inferiori a quelle delle società di cui attualmente ci si serve per comprare e vendere bonds. La Black Rock non ha in mente certo di far risparmiare qualche Euro di commissione al pensionato che vuol vendere una obbligazione Enel, come avrete immaginato: il suo pubblico sarebbero gli attuali 46 clienti, tra cui fondi sovrani, compagnie di assicurazione e società di gestione patrimoniale, che potrebbero scambiare titoli senza passare dai canali tradizionali risparmiando sui costi di gestione. Non manca lo scetticismo sul successo del progetto, anche per motivi strettamente tecnici, ma se l’operazione partisse sarebbe un ulteriore brutto colpo al ruolo degli intermediari.

Se il ruolo dei middlemen anche nelle stanze più rarefatte della finanza è ormai posto in questione, lo è anche il loro futuro. Nel suo post dello scorso ottobre la Kaminska concludeva con le seguenti considerazioni: “… in mercati sempre più tecnologicamente avanzati (un contesto che dovrebbe spingere alla trasparenza ed all’aderenza dei prezzi alla realtà) c’è sempre un evidente interesse a nascondere dei dati essenziali per poter giocare da posizione di vantaggio. In effetti, se sei un intermediario, potrebbe trattarsi del solo modo di giustificare la tua esistenza in un mondo che altrimenti sarebbe troppo efficiente per aver bisogno di te. Il che significa che se i principi fondamentali si affermassero malgrado tutto, presto potrebbe arrivare il giorno di un mondo nuovo della finanza, uno in cui alla fine la tecnologia estrometterà dal gioco gli intermediari”.

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