La cura per la “sindrome olandese” ? Tassi più bassi o stipendi più alti…

Qualche anno fa la situazione economica di uno dei paesi europei oggi considerati più forti, l’Olanda, aveva portato a coniare un’espressione, sindrome olandese, molto discussa tra gli economisti e sulle pagine dei giornali. Il boom delle materie prime (gas naturale) aveva dato una bella spinta al PIL nazionale, ma il conseguente rafforzamento del fiorino aveva finito per azzoppare la produzione industriale dei settori legati all’esportazione (all’epoca Philips era ancora un gigante che poteva vantare di avere un elettrodomestico in ogni casa europea o quasi).

La dutch disease è un argomento ancora di attualità e non solo per bocconiani: fattori come esportazioni e salari incidono nel quotidiano dei cittadini di quei paesi che hanno la fortuna di non avere come prevalente tema economico interno il debito sovrano e/o la crisi dell’Euro e cercano di gestire al meglio una vigorosa crescita che circonda le materie prime senza contemporaneamente danneggiare oltremodo la base industriale nazionale. Non è un equilibrio facile da raggiungere ed in paesi diversi ma simili come possono essere U.S.A. e Canada contesto e risultati hanno segni in taluni casi diversi e talvolta opposti. Quali?

Negli Stati Uniti produzione industriale e boom delle materie prime fin qui non si sono esclusi a vicenda, inoltre l’espansione su quest’ultimo fronte non ha portato ad un aumento della valuta nazionale; invece si sono avuti benefici limitati sul tenore di vita della maggioranza della forza lavoro. Nel più piccolo (come popolazione) Canada invece il boom economico che nasce negli stati del West ricchi di materie prime ha avuto benefici in tutto il paese per l’occupazione sia dal punto di vista della percentuale degli occupati che della media dei salari. Un risultato ottenuto nonostante una valuta che si è effettivamente rafforzata come previsto dalle diagnosi del morbo olandese, per il quale, forse, nelle praterie boreali hanno trovato un vaccino…

L’attuale politica economica americana basata sullo stimolo monetario e su tassi d’interesse minimi non ha solo salvato Wall Street, ha gettato le fondamenta per una rinascita (a bassissimo costo dal punto di vista del finanziamento) sia della produzione industriale sia di uno dei ciclici boom delle materie prime. Se si guarda il grafico qui sotto (basato su dati IEIA e pubblicato sull’interessante blog ourfiniteworld.com) si può notare che in un mondo in cui la produzione cala invece in Nordamerica tende a crescere, un risultato soprattutto dovuto all’estrazione di gas non convenzionale accanto al “solito” petrolio.

A questo va aggiunto che problemi di distribuzione rendono gli idrocarburi provenienti dal Canada e dal West americano più economici di quelli internazionali. Negli U.S.A. il buon momento del settore manufatturiero e di quello delle commodities per ora sono andati di pari passo al contrario di quello avvenuto a suo tempo in Olanda ed in altri paesi, perché l’aumentata produzione continentale di combustibili fossili ed i prezzi regionali continuano a rendere ancora conveniente la bolletta energetica delle fabbriche americane. Inoltre, se si getta un’occhiata alle cifre del grafico seguente, si vedrà che la dipendenza nordamericana dalla produzione esterna di idrocarburi negli ultimi cinque anni è scesa. Mentre nel gas gli U.S.A. sorpassano la Russia come primo produttore mondiale, l’energia che fa muovere gli impianti costa meno di prima e dipende meno da fornitori esterni.

Oltre che su una energia a prezzi competitivi, la maggior parte delle industrie americane che non hanno ancora delocalizzato possono anche contare su una mano d’opera che in molti settori, ad esempio quello automobilistico, ha ormai smesso di prendere come riferimento gli stipendi comuni negli anni d’oro di Detroit. Dopo lo choc delle chiusure di massa, la classe blue-collar ora come ora si accontenta semplicemente dell’opportunità di tornare alla linea di montaggio, una tendenza che è in atto dalla seconda metà dell’anno scorso, come conferma questo articolo del New York Times di fine 2011. Che questo avvenga proprio in un momento in cui i salari in Cina hanno cominciato a salire non guasta, anzi ormai sono in molti a spingersi ottimisticamente ad ipotizzare che in futuro ci possa essere una rilocalizzazione in U.S.A.  attribuibile al basso costo di energia e mano d’opera specializzata.

Ben S. Bernanke e la Federal Reserve d’altro canto non hanno ancora motivo di preoccuparsi per effetti immediati sull’inflazione dei piccoli ma costanti segnali di ripresa dell’occupazione, come i manuali di economia ortodossa prevederebbero: se è vero che l’energia è a buon mercato per le industrie i costi al dettaglio dei prodotti energetici si mangiano però una bella fetta dei salari nelle trasferte e con le bollette. Tolto questo e la fetta di reddito erosa da mutui e conti di carte di credito ancora da sistemare, per la spesa discrezionale delle famiglie resta poco. Infatti il risparmio resta bassissimo come durante gli anni dell’allegro ed autolesionistico indebitamento. Qui sotto vedete un grafico della Federal Reserve di St. Louis che traccia il tasso di risparmio medio americano dal 1960.

Dopo la Grande Recessione però la spesa per abitazioni ed energia beneficia in modo sempre crescente i bilanci delle corporation americane che hanno concesso il mutuo o estratto e raffinato il petrolio. Ed i posti di lavoro che si stanno creando oggi in molti casi provengono da zone ed industrie americane che sono legate alla filiera dell’energia. Oppure nelle aziende dell’automobile, a cui infine anche i consumatori americani hanno cominciato a richiedere in misura sempre maggiore auto dai consumi morigerati (i consumi dei modelli venduti negli ultimi mesi si differenziano molto poco da quelli europei, ormai).

La dinamica economica in atto è quindi poco globalizzata: ha invece tratti continentali di spicco. A questo si aggiunga che in altri periodi, quando i consumatori avevano la possibilità di indebitarsi anche troppo facilmente, una quota non trascurabile degli introiti dei televisori a schermo piatto o dei forni a microonde restavano in Giappone o in Germania o a Taiwan. Nella attuale fase questo avviene in misura molto inferiore a prima.

Questo processo dai contorni netti (ma non necessariamente a lungo termine) per certi aspetti rende gli U.S.A. del 2012 più simili ai vicini canadesi o all’Australia. Ma con una importante differenza. Finora il dollaro americano non è schizzato in alto come prevede il decorso del morbo olandese. In ballo ci sono le complesse e tempestose dinamiche mondiali. L’onda lunga dell’export di materie prime che solleverebbe il dollaro si è infranta contro lo tsunami della gigantesca iniezione di liquidità che spinge la divisa americana nella direzione opposta. A questo si aggiunga che i consumi di massa (il 70% del PIL americano) per qualche tempo difficilmente assorbiranno la massa di beni a basso o accessibile costo prodotti in Estremo Oriente di cui fino a pochi anni fa non si saziavano mai.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il 29 febbraio scorso Bernanke ha dichiarato che i numeri dell’economia statunitense sono migliori del previsto, e la politica dei tassi di interesse a breve termine prossimi allo zero e dello stimolo monetario che calmiera quelli a lungo termine, non ha finora prodotto effetti negativi sostanziali sull’inflazione. Anche perché l’inflazione che il numero uno della Federal Reserve considera è la core inflation, depurata proprio dei beni che i comuni cittadini più tengono d’occhio: energia ed alimentari.

Da questo punto di vista, ma soprattutto per il potere d’acquisto dei salari, i cittadini canadesi hanno pochi motivi di guardare con invidia ai vicini meridionali. Ma in particolare la cosa più interessante nel confronto tra U.S.A. e Canada sono le dinamiche in atto in quest’ultimo paese nelle ultime due fasi di espansione economica, 1993-2000 e 2002-2008. Nella prima il dollaro canadese era arrivato a deprezzarsi del 20%, mentre nella seconda si è rivalutato fino al 60%.

Come il decorso del morbo olandese lascerebbe supporre, nel primo caso si sono creati circa 300.000 posti nella manifattura, persi quasi nella stessa misura tra 2002 e 2008. La cosa interessante però, è che la crescita percentuale dell’occupazione complessiva del Canada è stata in entrambi i casi molto vicina al 2%. Il grafico qui sotto riprodotto apparso sul quotidiano “Globe and Mail” confronta tasso di cambio e quello di disoccupazione (nazionale e dello stato dell’Ontario, in cui si pubblica il giornale canadese). La discesa della disoccupazione degli ultimi mesi va di pari passo con la rivalutazione del dollaro di Ottawa, che riflette la buona salute delle esportazioni di gas, petrolio, grano, mais eccetera.

Se produce questi effetti (diminuzione della disoccupazione e aumento del potere d’acquisto reale) la dutch disease non sembra quello spauracchio che ipotizza chi mette in guardia da essa. E la rincorsa ai bassi salari è un’arma a doppio taglio con un effetto sui consumi che si vede bene negli effetti dell’austerity dall’Irlanda all’Italia. Ma torniamo al Canada. In un articolo sulle pagine dell’economia Stephen Gordon scriveva: “Un più alto tasso di cambio obbliga i datori di lavoro a pagare salari più alti. I produttori orientati al mercato domestico generalmente beneficeranno dell’accresciuta domanda generata dalla crescita dei salari canadesi e saranno in grado di gestire gli aumenti salariali”. Per le aziende orientate all’export sarà ovviamente vero il contrario.

La cosa interessante, ma di segno opposto rispetto a quanto avvenuto negli U.S.A., è che anche la seconda fase di espansione, costruita sul boom delle materie prime e che ha rafforzato il dollaro canadese, ha visto una riduzione dei tassi di disoccupazione ma anche un aumento dei salari medi reali, come sottolinea ancora il quotidiano canadese Globe and Mail: “A parte la composizione settoriale delle fonti di crescita dell’occupazione, la principale caratteristica che distingue le due espansioni è quanto avvenuto ai salari. Dal momento che così tanto di quello che acquistiamo è importato o usa beni importati come tappa intermedia, un dollaro canadese in calo riduce il potere d’acquisto dei lavoratori. Come ampiamente rilevato all’epoca, i salari reali stagnarono durante gli anni ’90: è difficile produrre una crescita stabile dei salari se il tuo modello di crescita è basato sul costo del lavoro basso. La paga media reale settimanale alla fine dell’espansione era solo dello 0,5 per cento più alta che all’inizio. In contrasto, l’accresciuto potere d’acquisto prodotto nella fase di crescita 2002-08 ha contribuito ad un aumento medio reale dei salari settimanali del 5,8 per cento”. L’ultima parte del grafico qui sotto allegato è interessante perché mostra come i salari canadesi nel complesso abbiano tenuto negli ultimi mesi, mentre quelli dei lavoratori dello stato dell’Ontario (meno legato alle materie prime) sono quelli che hanno sofferto di più.

Riepilogando: gli americani stanno alla larga dalla dutch disease grazie ai tassi vicino allo zero di Bernanke ed a salari compressi, i canadesi si difendono dagli stessi pericoli malgrado non abbiano sacrificato il potere d’acquisto e con tassi di sconto che sono identici a quelli di Parigi o Londra. Qualcuno ha ancora voglia di sostenere che nell’economia si possano proporre ragionevolmente ricette e soluzioni one-size-fits-all ?

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