Non scommettere sull’Italia perdente

Dopo alcuni mesi in cui era incessante il diluvio di cattive notizie finanziarie, sembra essere cominciata una fase in cui si susseguono le conferme che siamo su un percorso virtuoso. Dapprima a metà settimana il rendimento dei titoli biennali italiani aveva recuperato e sorpassato quello dei titoli della Spagna, il tutto mentre lo spread tra i BTp ed i Bonos decennali era sceso, in meno di 5 giorni, da 48 punti base a 21.

Giovedì lo spread coi titoli tedeschi ha flirtato con la soglia psicologica dei 300 punti, mentre un rendimento decennale sotto il 5% non è più una allucinazione. Insomma i mercati hanno confermato di considerare l’Italia di nuovo più affidabile dei nostri cugini mediterranei, e giovedì anche i CDS, credit default swap sul debito sovrano italiano a cinque anni, sono tornati sotto il prezzo di quelli spagnoli, come conferma l’immagine qui sotto, una videata che era visibile il giorno 1 marzo sul blog del Financial Times Alphaville. Una cosa che non succedeva da prima che la crisi precipitasse alla fine dell’estate scorsa; ancora lo scorso 31 dicembre sulla stessa tabella avreste visto la quotazione italiana a 484,4, quella degli spagnoli a 380,4.

Una serie di risultati che non permette di festeggiare, primo perché non sono permanentemente acquisiti e in secondo luogo perché si accompagnano a dati preoccupanti sull’occupazione, su prezzi ed inflazione. Ma non si può non considerarli pilastri solidi da cui partire per una ricostruzione a 360°.

E, in ogni caso, è difficile non vedere come questi risultati ancora una volta rimarchino la vitalità e la capacità di sorprendere dell’Italia e di chi ci abita. Anche quando ad una giornata dell’economia rosea come giovedì scorso ne segue una più grigia e prudente come il venerdì, i segnali quotidiani della fiducia che ritorna nei confronti dello “Stivale” non mancano, con ripensamenti persino tra le famigerate agenzie di rating come Standard & Poor.

Oggi Morya Longo sul Sole 24 Ore, ha sottolineato un sorprendente report di un’altra società chiacchieratissima quanto le agenzie di rating, la banca Goldman Sachs: “Secondo le stime di Goldman, lo spread tra BTp e Bund dovrebbe stare a 130 punti base (la metà dei 300 attuali), mentre quello spagnolo dovrebbe trovarsi a 200 punti base (dai 300 attuali). Questo perché, escludendo il debito pubblico che è un fardello solo in Italia, la Penisola è ben più sana: considerando il deficit, la crescita del Pil attesa e vari altri parametri, agli occhi di Goldman Sachs l’Italia è più solida della Spagna. Dunque merita spread (e tassi d’interesse) più bassi.”

Cosa vorrebbe dire uno spread sui valori indicati da Goldman Sachs? Venerdì 2 marzo Ettore Livin su Repubblica rammentava che l’abbassamento già ottenuto dei rendimenti dei titoli di Stato equivale, secondo i parametri di riferimento della Banca d’Italia, a uscite inferiori per 55 miliardi di euro rispetto a quelle previste coi tassi di novembre 2011.

Ogni punto percentuale risparmia alle casse dello Stato in spesa per interessi uno 0,2% il primo anno, lo 0,4% il secondo e lo 0,5% il terzo. Insomma se la manovra da 30 miliardi, la riforma delle pensioni e l’azione in corso su fisco e sulle liberalizzazioni producessero l’ulteriore effetto calcolato ci potremmo aspettare di risparmiare quasi un’altra decina di miliardi l’anno di spesa per interessi per i prossimi tre anni.

Insomma gli italiani a dispetto delle campane a morto che suonavano nel 2011 hanno tirato fuori le unghie ed hanno sfoderato le proprie risorse più nascoste, dimostrando di avere ancora delle radici solide a cui attaccarsi. E non perché si siano innamorati del Professor Monti, certamente non perché spronati dalla Signora Merkel e men che meno perché spaventati dai rimbrotti del marito di Carla Bruni.

Ma perché una buona parte degli italiani, pur furibonda per lo spettacolo offerto dalla recente vita pubblica nazionale e nonostante sia messo sotto torchio da difficoltà ed ostacoli quotidiani da scavalcare, non ha mai veramente pensato di non poter uscire fuori dal tunnel. Sono segnali di qualcosa che la economia classica non sa spiegare fino in fondo perché ingessata nella sola dimensione razionalistica e che richiedono piuttosto, secondo chi scrive, di passare alle categorie della behavioral economics, l’economia comportamentale.

Una ricerca del 2009 (Can Losing Leads to Winning?) realizzata da Jonah Berger e Devin Pope dell’Università della Pennsylvania , ci può essere di aiuto nell’evidenziare in quale modo i principi della motivazione entrino in gioco e possano determinare un risultato. I due ricercatori hanno infatti appurato come essere in svantaggio possa rivelarsi uno sprone decisivo verso il successo. I due hanno esaminato migliaia di partite di basket, professionali e di college, scoprendo che le squadre che si trovavano all’intervallo sotto di un solo punto avevano una percentuale di vittorie più alta di quella delle squadre che concludevano il primo tempo avanti di una lunghezza rispetto agli avversari.

Questi effetti appurati nella vita reale sono poi stati confermati in test di laboratorio con volontari. Due sono i principi ben noti dell’economia comportamentale al lavoro in questo tipo di fenomeni: l’avversione al rischio (quindi motivazione ad evitare la sconfitta) e diminishing sensitivity.  Quest’ultimo è il principio che si applica alla valutazione soggettiva quando si compara la differenza tra 100 e 200 euro e quella tra 900 e 100 euro. La seconda differenza viene percepita come più piccola anche se l’importo assoluto è identico. Questo principio, che vale sia per guadagni che per le perdite, ha un corollario: quanto più si è lontano dagli obiettivi tanto più difficile sarà suscitare la motivazione a raggiungerli. E quindi scatenare rabbia e frustrazione.

Se vi pare che siamo andati fuori tema, provate a chiedervi se l’equivalente di un “intervallo” di una competizione sportiva nella vita pubblica non potrebbe ben essere identificato con un cambio di Esecutivo come è successo con il repentino cambio di testimone tra il precedente e l’attuale Presidente del Consiglio. E provate anche a confrontare alla luce di questa chiave di lettura la reazione popolare dei cittadini greci alla feroce austerity che ne ha ricacciato all’indietro di decenni il tenore di vita rispetto a quella degli italiani alle prese con i provvedimenti del Professor Monti. Il fattore discriminante è la ragionevole distanza dal traguardo: anni ed anni di austerity sulle rive dell’Egeo avrebbero come miglior risultato di portare la Grecia non alla sicurezza, ma a conti ancora sul filo del rasoio come quelli del nostro attuale debito.

Sul sito internet di Scientific American Piercarlo Valdesolo, psicologo al  Claremont McKenna College, nella sua recensione sul lavoro dei colleghi Berger e Pope scriveva: “Quando i nostri obiettivi sembrano raggiungibili (ad es. se siamo appena un punto dietro all’avversario) saremo più motivati che se siamo distanti (molti punti) o se li abbiamo già raggiunti (stiamo vincendo). L’influenza della vicinanza dei nostri obiettivi non dipende comunque da misure oggettive della performance relativa, ma piuttosto da una valutazione soggettiva della potenzialità di raggiungere l’obiettivo: le persone pensano di potercela fare. Gli autori dimostrano questo in uno studio conclusivo in cui gli effetti motivanti dell’essere in svantaggio sono più grandi per quegli individui che dispongono di una più alta autostima percepita. Essere in leggero svantaggio non aumenterà la motivazione se non pensi di essere capace di rimettere le cose a posto. E, allo stesso modo, uno svantaggio significativo potrebbe anche essere motivante se pensi di avere quello che ci vuole per dar vita ad una incredibile rimonta”.

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