La forza di gravità sul pianeta degli economisti

Oggi senza che nessuno se ne sia meravigliato,  la BCE ha tagliato la propria stima sulla crescita dell’eurozona nel 2012, portandola a -0,1% da +0,8%. Lievemente migliori le previsioni per il 2013, che peraltro sembra davvero lontano. Qui però non vorremmo parlare di crescita ma attirare l’attenzione su un altro dato macro: gli economisti della BCE hanno anche aumentato la stima sull’inflazione dell’eurozona per il 2012 dall’1,8% all’1,9%.

Considerando quello che si vede intorno, una stima davvero conservativa. Ben poco conservativo è stato invece il titolo del blog di Ian Cowie, che pure non è un giornalista di un giornale di opposizione al premier David Cameron ma del conservatore Daily Telegraph: “L’inflazione scende mentre il costo della vita continua a salire: su che pianeta stanno gli economisti ?”.

Cowie ha scritto il post il 14 febbraio, il giorno in cui sono state diffuse le cifre dell’inflazione britannica, secondo i dati ufficiali “crollata” al 3, 6% secondo il Consumer Prices Index (CPI=indice prezzi al consumo), o al 3,9% in base al Retail Prices Index (RPI, indice prezzi al dettaglio). Ma, come fa notare Cowie: “Né l’una né l’altra cifra riflette la realtà di chiunque abbia pagato recentemente la benzina o la bollettà della luce o acquistato qualcosa di vistoso come un biglietto ferroviario”. La Banca d’Inghilterra punta al 2% per fine anno, molto vicino quindi a quella dell’eurozona.

La spiegazione immediata sulla discesa delle cifre inglesi è che gli effetti dell’aumento dell’IVA britannica passata a gennaio 2011 dal 17.5% al 20% sono ormai sgattaiolati fuori dalle misurazioni delle variazioni annuali. Ma ovviamente IVA ed inflazione continuano a pesare sul costo della vita. Ros Altmann, l’ex-preside della London School of Economics ha invece detto a Cowie: “Calcoliamo che i prezzi dei carburanti siano aumentati del 18, 7% anno su anno a gennaio, la luce del 13,7% e le bollette dell’acqua del 7,4%”.

La signora Altmann ha anche colto l’occasione per sottolineare come i tassi di inflazione siano più onerosi per la gente più anziana, quella il cui potere di spesa è molto più influenzato da beni soggetti ad aumenti rispetto ai giovani che utilizzano il proprio reddito spendendolo su beni meno soggetti ad inflazione come computer e telefonia, spingendosi anche ad indicare in 20% il potere d’acquisto perso da chi ha oltre 65 anni dall’inizio della crisi nel Regno Unito (2007). Secondo i calcoli della Yorkshire Building Society in Gran Bretagna da quell’anno ad oggi i depositi dei risparmiatori britannici hanno perso 2.500 sterline di valore reale.

Senza peli sulla lingua e con indubbia efficacia Cowie ha sostenuto in un altro post che Questo equivale  ad una rapina in banca al rallentatore, dove la sola certezza che i conti correnti assicurano ai risparmiatori è di diventare poveri poco per volta”.  Non è una scoperta, è un altro dei segnali che la “repressione finanziaria” è già in corso e che la scelta per uscire dalla crisi si servirà di questo percorso, che in dosi massicce Stati Uniti ed Europa hanno ben conosciuto nel secondo dopoguerra.

Quello che viene difficile capire è dove sia la necessità da parte di governi e/o organismi ufficiali di rilevazione di annacquare le cifre ufficiali del costo della vita. Probabilmente non per rispetto dei cittadini europei o americani, ma per non urtare la suscettibilità di alcuni bramini dell’ortodossia che hanno casa a Francoforte.

Gli analisti di Phoenix Capital Research hanno riassunto così ai propri (benestanti) clienti americani quello a cui stiamo andando incontro dal punto di vista delle dinamiche dei prezzi: “Le cose comprate con i contanti aumentano, quelle a credito scendono, quelle comprate di frequente (cibo, carburante) vanno su, quelle meno di frequente (iPad, smartphone) vanno giù”. Il trend da quelle parti è ben difficile che cambi: coi tassi vicino a zero gli Stati Uniti hanno pagato nel 2011 454 miliardi di dollari di interessi sul debito. L’iniezione di liquidità in America ed in Europa sembra funzionare contro l’esplosione della deflazione, ma l’inflazione si infila in tutti gli spazi.

O in forma manifesta, come col pieno di benzina, o in forma nascosta. I produttori, specie dei beni aumentati in modo visto come gli alimentari, stanno spostando la loro offerta proponendo meno prodotto per lo stesso prezzo, per evitare che i consumatori acquistino meno o si rivolgano ai brand low-cost. E dal 2008 gli effetti del collasso che ha portato alla Grande Recessione arrivano anche al bar alla mattina, dove ogni volta che prendiamo in mano bustine di zucchero le scopriamo più piccole di quelle di un tempo.

Non sappiamo come si chiami il pianeta su cui abitano gli economisti, ma sappiamo che la forza di gravità sul loro pianeta è inferiore alla nostra: da loro le bustine di zucchero pesano meno delle nostre. E noi ci stiamo adattando.

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