Thorstein Veblen ha lasciato Cortina

Rick Bookstaber, autore di saggi e consulente della SEC, la società di controllo della borsa americana, il 26 gennaio scorso ha postato sul suo blog un contributo interessante intitolato “Il crepuscolo della classe agiata” e che come è facile indovinare muove dalla celebre analisi sociologica di Thorstein B. Veblen (theory of the leisure class).

Se questo nome non dovesse suonarvi familiare sappiate che si tratta (ci viene in soccorso il polveroso, perché da tanto non sfogliato, manuale di Peter e Brigitte Berger “Sociologia” edito da Il Mulino nel 1977 e poi più volte aggiornato) dello studioso che aveva descritto magistralmente la classe abbiente al suo apice, negli anni che in Europa si chiamavano della Belle Epoque, ed aveva in particolare acceso un faro su leisure (la grande disponibilità di tempo libero per dedicarsi ad attività più o meno mondane) e conspicous consumption, ovvero quel tipo di consumo vistoso che non si pone di appagare dei bisogni particolari, quanto di fungere da simbolo della posizione sociale del consumatore. E poiché il simbolo doveva chiaramente essere visibile ad altri anche il consumo ovviamente non doveva passare inosservato.

Perché Bookstaber considera l’analisi ormai non più applicabile nella fase attuale ? Ne traduciamo qualche passo: “Stiamo assistendo al crepuscolo dell’agiatezza esibita, così come del consumo vistoso e dello spreco vistoso. Per le prime due la cosa è quasi immediatamente evidente. … Quello che vale per l’agiatezza esibita vale anche per lo spreco vistoso. Nel nostro mondo consapevole dell’ambiente la nozione di trattare le risorse senza rispetto non segnala più una superiorità di mezzi, ma piuttosto rozzezza e dissipatezza.  L’antipatia verso lo spreco si riflette nel nostro essere più frugali in cosa consumiamo. Veblen stabiliva una connessione stretta tra consumo vistoso e spreco vistoso, col primo che conduce quasi necessariamente al secondo, così un termine posto al secondo non può fare a meno di ridurre il primo”.

Bookstaber ci segnala un processo ormai vicino ad essere completato, almeno nel mondo anglosassone, e carico di implicazioni in particolare sull’orientamento globale di spesa e risparmio. Anche la leisure class italiana non è sfuggita a questo “sisma”che ha colpito con le sue scosse telluriche relativamente da poco tempo: con la sequenza di controlli fiscali iniziati a Cortina d’Ampezzo a fine 2011 e diventati prassi nel 2012.

L’atteggiamento sempre meno comprensivo della maggioranza degli italiani verso le vicissitudini dei nullatenenti al volante di SUV suggerisce che anche nello Stivale si sia chiusa una fase: quella in cui ad una fascia della società tutto era più o meno permesso perché collettivamente la popolazione aspirava, più o meno compatta, ad entrarvi.

Ma quel tipo di rito celebrato a Cortina, Corso Como o Porto Cervo era ormai diventato un fuoco fatuo di una retroguardia che autisticamente si rifiutava di prendere atto degli effetti a catena della Grande Recessione, dei cloni del Ranzani radiofonico inconsapevoli della fine di una “gilded age” che negli ultimi anni ha avuto per pilastri leasing sempre più zoppicanti.

In Italia soprattutto nell’ultimo lustro c’è stata una divaricazione tra riduzione dei consumi (in senso generale, non ci riferiamo a quelli “vistosi”) ed i comportamenti della sempre più esigua classe sociale indifferente alla recessione. Ma ora la fine alla corsa al consumo insaziabile, allo spreco ed alla sfacciataggine nel giro di pochi mesi ha bruscamente collocato sulla stessa rotta della classe agiata americana anche quella piccola folla che in Italia era indifferente alla crisi. E che come spesso accade in questi lidi finisce per reagire in maniera di segno opposto, ad esempio facendo la fila nelle concessionarie per restituire le supercar.

Il fatto che sia sempre più in minoranza il numero degli italiani disposti ad invocare il principio della trickle-down economy, ovvero la ricaduta dalla classe agiata alla società nel suo complesso delle fortune economiche della prima sulla seconda, per giustificare i protagonisti del “consumo e spreco vistoso” ha con ogni probabilità a che fare col fatto che i volti dei personaggi che potevano ancora permettersi di passare a piacimento molto tempo libero a Cortina sempre più assomigliano a quelli di politici come Lusi o Conti, oppure nel caso di Corso Como a quelli di calciatori come Doni e Cassano (il portiere, non il fantasista).

In una colonna uscita il mese scorso sul quotidiano tedesco Die Zeit e visibile in traduzione italiana su Presseurop.eu Tesi contro il saccheggio della società lo scrittore Ingo Schulze si doleva del ruolo cui vede destinato il cittadino europeo: ” La politica è degenerata fino a diventare uno strumento, un mantice usato per attizzare la crescita. Il cittadino è ridotto a consumatore. Crescita di per sé non significa nulla. L’ideale della società sarebbe un playboy che nel minor tempo possibile consuma il massimo”. Da questo punto di vista va detto che Schulze ha probabilmente poco da preoccuparsi, almeno nell’immediato futuro. La paventata figura del playboy è stata già cancellata dal novero dei role-model positivi, perfino in Italia.

Non solo: nel mondo anglosassone (quello della ricchezza asiatica sfugge ad analisi attendibili) quella fascia dell’1% che vanta patrimoni considerevoli ha ormai a disposizione poco tempo; soprattutto rispetto ai grandi ricchi degli anni ’20, che sfuggivano alla tirannia del “real-time”. Anche i banchieri e gli analisti degli hedge funds devono sottoporsi a ritmi vertiginosi come e più dei comuni cittadini, e adesso le loro giornate includono anche sveglie puntate all’alba per vedere le prime notizie della CNBC sul debito sovrano in Europa.

E’ forse nella battaglia (persa) per il tempo, che si dispiega l’unica esangue forma di egualitarismo attuale e non nel modo che intravede Bookstaber, che individua un egualitarismo dispiegato negli oggetti e delle loro funzioni, via media e cloud“L’industrializzazione ha condotto ad una continua convergenza tra i prodotti che sono consumati dalle persone comuni ed abbienti”. Questi oggetti (soprattutto ad alto contenuto di tecnologia o design) possono forse essere una indicazione che i simboli vincenti della società della prima metà del XXI secolo saranno largamente accessibili e condivisibili, in modo analogo a come lo erano stati prima la Ford T e poi  “l’automobile per tutti” nella parte più “ugualitaria” XX secolo, ma i contorni di questo processo sembrano ancora lontani dal poter essere esattamente tracciati ed univocamente interpretati.

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