Status quo e liberalizzazioni

Il decreto sulle liberalizzazioni del governo presieduto dal Prof. Monti deve ancora passare in parlamento e già abbondano le stime degli effetti che potrà avere sui nostri provati conti. Il Corriere della Sera ha ipotizzato 400 euro a famiglia, tra i più ottimistici c’è la previsione diffusa da Federconsumatori che si è arrischiata a prevedere un risparmio a regime dell’1,5% del PIL.

Non si può fare a meno di constatare come i calcoli sui benefici delle liberalizzazioni siano stati per ora accolti in modo tiepido, laddove i provvedimenti veri e propri hanno scatenato reazioni tutt’altro che timide. Per il destino delle riforme, specie epocali come queste, non si è forse finora abbastanza sottolineato come la psicologia e la percezione individuale degli effetti di un provvedimento siano fondamentali, con conseguenze importanti sull’esito.

Per una collettività già provata dalla crisi l’ipotesi di un futuro sollievo sui propri bilanci è per ora una magra consolazione. Ma anche se realmente fra 2-3 anni l’effetto dei provvedimenti attuali fosse di far risparmiare 1.000 euro come ipotizza Federconsumatori, non sarà certo una compensazione sufficiente a far recedere il convincimento delle categorie “liberalizzate” di essere state utilizzate come agnello sacrificale. Perché nelle reazioni al decreto Cresci-Italia si sono messe in movimento non solo triviali conti relativi al portafoglio, ma forze psicologiche primarie: siamo entrati nella sfera dell’economia comportamentale.

In ballo c’è un quadro psicologico che è il pilastro di comportamenti che hanno immediato riscontro sul piano economico e sociale e che vanno nella direzione di favorire lo status quo. La descrizione migliore di questo aspetto è in questo brano tratto dall’interessante “Thinking Fast And Slow”, ultimo libro dello psicologo israeliano Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia per aver magistralmente collegato la “triste scienza” a comportamenti umani non necessariamente razionali. Il brano è tratto dal paragrafo “DIFENDERE LO STATUS QUO”  (pag. 302 nel testo inglese edito da Farrar, Strauss & Giroux) ed è incentrato sulla forza con cui gli esseri umani si battono per evitare una perdita.

Gli animali, incluso le persone, combattono più duramente per prevenire perdite che per ottenere dei guadagni. Nel mondo degli animali territoriali, questo principio spiega il successo dei difensori. Un biologo notava che ‘quando chi occupa un territorio è sfidato da un rivale, il proprietario quasi sempre vince la sfida (spesso nel giro di pochi istanti)’. Nelle cose umane la stessa semplice regola spiega molto di quel che avviene quando le istituzioni cercano di riformare se stesse: in riorganizzazioni e ristrutturazioni di società, o negli sforzi di razionalizzare una burocrazia, semplificare una normativa fiscale, o ridurre la spesa medica. Come inizialmente concepiti, i progetti di riforma quasi sempre producono pochi vincitori ed alcuni perdenti, mentre raggiungono un miglioramento complessivo. Tuttavia se le parti toccate hanno qualsivoglia influenza politica, il potenziale perdente sarà più attivo e determinato del potenziale vincitore; il risultato pertanto tenderà ad orientarsi a suo favore e sarà inevitabilmente più costoso e meno efficace di quanto inizialmente messo in conto nel progetto.

(…) L’avversione alla perdita è una potente forza conservatrice che favorisce cambiamenti minimi allo status quo nell’esistenza sia di istituzioni che di individui. Questo conservatorismo tende a conservarci stabilmente nel nostro vicinato, nel nostro matrimonio e nella nostra attività; è la forza di gravità che tende a mantenere le nostre vite vicine al punto di riferimento”.

Non è solo calcolo utilitaristico quindi quello che vediamo in azione in questi giorni, ma una forza ancestrale (il che spiega anche alcuni episodi ai limiti del codice penale). Ma Kahneman ci offre anche un altro spunto utile per cercare di capire quale possa essere il destino delle liberalizzazioni in Italia. Infatti sottolinea come, al momento dell’intervento sullo status quo, si profili spesso uno scenario da suk più che da transazione commerciale:

L’avversione alla perdita crea un’asimmetria che rende gli accordi difficili da raggiungere. Le concessioni che mi fai sono i miei guadagni, ma sono le tue perdite; ti causano molta più sofferenza di quanto piacere procurino a me. Inevitabilmente gli attribuirai un valore più alto di quanto faccia io. Lo stesso è vero, ovviamente, delle dolorose concessioni che mi richiedi, che tu non sembri valutare a sufficienza! Negoziati su una torta che diminuisce in grandezza sono specialmente difficili, perché richiedono una allocazione delle perdite. La gente tende ad essere più rilassata quando si contratta su una torta che diventa più grande. (…) Poiché i negoziatori sono influenzati da una norma di reciprocità, una concessione che è presentata come dolorosa, richiede una ugualmente costosa concessione dall’altra parte”.

L’aspetto più sorprendente dei provvedimenti che hanno cominciato a piovere sull’ingessato mercato italiano è che le norme vengono varate (passaggio in parlamento permettendo) scavalcando o tentando di scavalcare la contrattazione (anche se alcuni casi di retromarcia ci sono stati, ad esempio sui medicinali di fascia C). Nell’attuale fase di perdurante  emergenza l’implementazione di riforme avviene per mano di un governo strano (parole del Prof. Monti); strano soprattutto nell’essere esentato dal redde rationem con gli elettori.

E quindi nel caso delle attuali riforme italiane non solo è asimmetrica la percezione di governo ed interlocutore su quello che è in gioco, è anomala (rispetto ad una negoziazione convenzionale) anche il potere di reciprocità di uno dei due interlocutori, che ha di fronte un governo nato privo della prospettiva di un futuro. Senza questa reciprocità di negoziazione tra concessioni e perdite dolorose, la possibilità della controparte di difendere il proprio territorio si riduce drammaticamente: e lo status quo può davvero essere incrinato.

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