Quanto costa la Lira – 3: mercato mobiliare ed immobiliare

Lunedì scorso (16 gennaio) Renato Mannheimer sul Corriere della Sera segnalava come il 55% degli italiani non esiti a dichiarare nei sondaggi di avere poca o pochissima fiducia nell’Euro. Uno scetticismo non sorprendente visto il momento. Quello che invece è sorprendente nei sondaggi, almeno per me, è che il 31% dichiari che sarebbe meglio tornare alla vecchie Lire. Il che, anche se era mia intenzione fermarmi a due post sull’argomento, mi spinge a mettere in evidenza un terzo aspetto per cui la Lira ci costerebbe, come cittadini e come Paese, troppo.

E bastava sfogliare il Corriere Economia dello stesso giorno per capire perché. Non solo una super-svalutazione demolirebbe quel che resta dello stile di vita ma, come chiarisce benissimo Daniele Manca l’Italia diventerebbe certamente un’occasione, ma per gli altri. Infatti se appena due giorni fa abbiamo finalmente letto di una notizia in controdenza, la Danone che ha ceduto l’acqua Vitasnella al gruppo Italacque,  negli ultimi tempi è stato uno stillicidio di aziende finite con proprietari esteri: Edison, Cantieri Ferretti, Gancia e così via. Aziende che hanno un talento per l’export, che anche in anni non rosei aumentavano i mercati oltre confine del 9% (2010) o del 7% (primi nove mesi del 2011) sono perle rare.

E se le sbandate della borsa portano al paradosso sottolineato da Massimo Mucchetti che le controllate estere valgono più della casa madre la corsa potrebbe scatenarsi davvero. Si badi bene: questo rischia già di succedere facendo i conti con una valuta come l’Euro. Si può immaginare il “sacco” delle aziende appetibili italiane se la borsa dovesse tornare alle Lirette? Come lasciare la porta di Fort Knox spalancata con la Banda Bassotti in gita in Tennessee…

Si pensi ad Unicredit, citata dal pezzo del Corriere come eccellente esempio: nei giorni del mega-scivolone in borsa era scesa a 7,5 miliardi. La controllata polacca Bank Pekao vale 8,3 miliardi, la turca Yapi ve Kresi Bank 5 miliardi circa. Le due controllate (da sole) per un pugno di giornate hanno potuto mettere in mostra un valore quasi doppio della propria capogruppo. Sono le condizioni in cui anche la stampa internazionale si accorge che i prezzi sono stracciati e titola “Il Vecchio Continente in saldo”.  Ora, questo tipo di crolli che facilitano i raider internazionali non hanno alcunché di diverso quantitativamente da una svalutazione monetaria che abbassi di punto in bianco i valori di borsa del 25-30%, come succederebbe nel passaggio alle nuove-vecchie Lire. I predoni si strofinerebbero le mani ed allora sì che sarebbe giustificato per la stampa che ha in uggia l’Europa riproporre titoli come questi, del novembre 2011:

C’è un altro aspetto. Se aprite questo articolo del New York Times vi renderete conto di quale opportunità sia stata per grandi gruppi multinazionali subentrare a banche europee in contratti su grandi proprietà, specie nel Nord America.

Le molte banche europee che per consolidare i propri livelli di Tier 1 sono uscite da prestiti e mutui su grossi affari immobiliari americani o mondiali, sia per avere liquidità fresca immediata sia per avere meno asset che avrebbero richiesto altro capitale in grado di controbilanciare eventuali perdite, possono darvi un’idea di quale corsa all’affar fondi di private equity e grandi gruppi scatenerebbero sulle proprietà di pregio che per fortuna in Italia ancora esistono, ma sono in mano a gruppi sempre più spesso sotto stress.

Quotazioni a prezzi ulteriormente stracciati grazie al vantaggio di una valuta forte sarebbero un bel regalo per tutti questi protagonisti e un altro modo per portare lontano la proprietà dei più pregiati angoli e beni immobili d’Italia.

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