Solare: un campionato che si può ancora vincere

Una vecchia ma apprezzata “rule of the thumb” del mondo dello sport afferma che chi riesce ad ottenere risultati nei momenti negativi vince i campionati. La squadra di serie A che pareggia o vince anche quando gioca male o i suoi assi sono fuori forma si cuce addosso gli scudetti, il pilota che arriva a podio o vince gare sulle piste dove la sua monoposto non è altrettanto veloce della concorrenza ha la strada in discesa per il Mondiale di Formula 1.

Andasol: la più grande centrale solare termodinamica d'Europa completata a fine 2011.

Uno dei settori economici che promettevano meglio in questo secolo, quello dell’energia solare, nel 2011 è andato incontro ad una lunga serie di tempeste e burrasche. Un fenomeno che non ha lasciato indenne neppure la solida Germania: due aziende pioniere del settore come Solon e Solar Millenium nel giro di poche settimane hanno portato i libri in tribunale. In parte i loro problemi erano peculiari, in parte la crisi è stata scatenata dal brusco rientro della politica di incentivi cui si è assistito in molti paesi.

La crisi ha colpito anche in Gran Bretagna, dove (secondo i calcoli dell’associazione Friends Of The Earth) tra 18.000 e 29.000 posti di lavoro nel settore  nel settore sono a rischio dopo la scelta del governo guidato da David Cameron di dimezzare gli incentivi per Kw, politica che è stata però sfidata con successo davanti all’Alta Corte e per il momento ha determinato uno status quo paralizzante.

Come noto, in Italia il quarto conto energia messo a punto dall’ex-ministro Paolo Romani ha a sua volta “strapazzato” il settore rovesciando bruscamente le sue prospettive, e molte aziende dall’oggi al domani sono passate dall’assumere personale al chiedere la CIG per i propri dipendenti. La contemporanea stretta del credito bancario e la sovrapproduzione hanno accelerato la crisi. Vale davvero la pena di leggere il post di Lucia Navone sulla situazione nel distretto di Padova (la provincia che più aveva dato impulso al settore in Italia negli ultimi mesi) e dove a fine anno la cassa integrazione riguardava 1250 famiglie.

Ma non solo il ridimensionamento delle politiche di incentivi è stato foriero di cattive notizie per le aziende occidentali. In America nel 2011 è cessata la produzione, per fallimenti o per scelte aziendali di mercato della chiacchieratissima Solyndra, di Evergreen Solar, SpectraWatt e di BP Solar. Una serie di stop che ha ridotto di un quinto la capacità produttiva americana di pannelli solari. La loro crisi più che all’arresto degli incentivi come in Europa è stata dovuta alla crescente concorrenza cinese ed alla guerra dei prezzi da loro scatenata.

Insomma il fotovoltaico nel 2011, per tornare all’esempio fatto all’inizio del post l’anno scorso era “fuori forma” ed ha… “giocato male”. Ma il risultato della “partita” del 2011 è stato esattamente il contrario di quanto avrebbe fatto suppore il diluvio di cattive notizie. E in prospettiva le notizie sono ancora migliori.

Perché malgrado i molti problemi il settore fotovoltaico ha stabilito nuovi record, anche in Italia: con un numero di impianti che ha superato quello della Germania e che è in grado di raggiungere i 12.000 MW. Oltre Brennero è giunto al 3,2% della produzione elettrica contro l’1,9% dell’anno prima, e questo trend è comune a quasi ogni paese industrializzato.

E i dati positivi sono destinati ad accumularsi per due motivi: anzitutto i progetti di grandi centrali stanno via via passando dalla carta alla realtà. Lo scorso dicembre è stata completata in Spagna Andasol, la più grande centrale solare termodinamica (ovvero capace anche di conservare l’energia accumulata quando il sole splende) del mondo, che copre una superficie pari a 210 campi di calcio, e con una produzione di 150 megawatt. Questi progetti continuano a fiorire ed il più impressionante è ovviamente l’iniziativa europea Desertec, progetto da 400 miliardi di euro che partirà nel 2015 in Marocco, per sfruttare le irripetibili dimensioni e caratteristiche del Sahara.

Ma non sono solo le grandi infrastrutture a dare a consumatori super-tartassati la speranza di prospettive meno fosche. Se è incontestabile che gli incentivi alle rinnovabili si ritrovano inesorabilmente nei conti degli utenti dei paesi avanzati (nelle nostre rientrano negli “oneri generali di sistema” e costituiscono circa il 20% della componente A3 che possiamo leggere nella bolletta), questi “sacrifici” hanno anche dato impulso ad uno sviluppo dei processi produttivi che di recente non ha fatto progressi ma veri e propri balzi. Tecnologia dei componenti solari e capacità produttiva migliorano ormai così in fretta che un post apparso su Scientific American si spinge a pronosticare l’arrivo della Legge di Moore anche nel solare.

La Legge di Moore nasce nell’informatica: la potenza di calcolo acquistabile con 1 dollaro raddoppia ogni 18 mesi, il che spiega perché un attuale smartphone ha 10 volte la potenza di calcolo del primo leggendario supercomputer (Cray 1) e pesa centinaia di volte meno, oltre a costare poche centinaia di euro invece di millioni.

L’autore del post Rameez Naam presenta il seguente grafico basato su dati raccolti dal NREL (Laboratorio Nazionale Energie Rinnovabili) del Dipartimento dell’Energia USA, che  traccia i prezzi dei moduli solari dal 1980 e la loro scala indica come siano passati da 22$ a 3 oggi.

Si noti che la curva non include ancora i dati relativi ai mesi più recenti, quando il calo dei prezzi dei moduli si è addirittura accentuato. Sembrerebbe un paragone azzardato quello con l’informatica per un settore come quello solare che attualmente copre solo lo 0,2% dell’energia mondiale.

Ma, ci fa notare Naam: “La curva esponenziale watt solari per dollaro si è disegnata nell’arco di almeno 31 anni ormai. E se continua per altri 8-10, il che sembra estremamente probabile, avremo una fonte di energia economica come il carbone per l’elettricità, virtualmente senza emissioni di carbonio. Se il trend continua per 20 anni… allora per produrre elettricità avremo una fonte di energia verde alla metà del costo del carbone. Sono buone notizie per il mondo”.


La proiezione della curva realizzata nel grafico qui sopra secondo Naam non solo regge, sta anzi accelerando grazie ad aumento dell’efficienza e caduta dei costi. Ma se la discesa reggesse al ritmo del 7% come nel disegno, allora nei prossimi 20 anni il costo delle celle solari scenderebbe a 0,50$. Se non che l’azienda americana leader del settore First Solar ha annunciato che quei livelli (come costi di produzione interna, non ancora per l’acquirente finale) si aspetta di ottenerli non fra 20 anni, ma nel ben più vicino 2016.

Il quadro prospettato, pur non privo di punti interrogativi, anticipa la prossima necessità di scelte importanti. Infatti quasi ovunque in Occidente il supporto negli ultimi anni è passato attraverso incentivi ai consumi, una soluzione che si è prestata anche a scorciatoie sfruttate dai sempre vigilanti e numerosi “furbi”. E, negli ultimi mesi, questa direzione è stata anche un regalo per i produttori orientali.

Come da più parti si sta suggerendo, quindi, nell’immediato futuro ha senso ricalibrare l’aiuto alle energie alternative spostandoli dal consumo alla produzione, sostenendo la competitività delle aziende. Il che è esattamente quanto a suo tempo fatto dalla Cina (scatenando un duro confronto commerciale con gli USA con ritorsioni in altri settori, come i SUV). Come ha fatto notare David B. Sandalow del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti,  “Le nostre aziende dicono che è il capitale a basso costo, non la mano d’opera a basso costo, a dare alle aziende cinesi il principale vantaggio competitivo”.

Una “legge di Moore” all’opera nelle energie rinnovabili avrebbe anche alcune implicazioni a livello di innovazione e di dimensioni. Riguardo all’innovazione sembra esserci un’opportunità anche per collegare industria e ricerca. Inoltre, anche se appare molto improbabile che gli investimenti richiesti nel settore dovranno mai avvicinarsi a quelli impressionanti richiesti dalle più recenti fabbriche di chip di Intel o AMD, questo non sembra proprio un ramo dove il “piccolo” possa essere ancora bello a lungo.

Strano ma vero, per una volta l’Italia sembra avere un’impalcatura giuridica adeguata a dare una risposta al potenziale di questo settore: il “contratto di rete”, che dal 2009 consente ad aziende grandi e piccole di collaborare attivamente senza rinunciare all’autonomia. Oltre duecento accordi di questo tipo sono già stati siglati nei settori più svariati. L’orientamento del prossimo futuro ed il  coordinamento delle politiche di settore è vitale ed urgente, anche perché come ricorda Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di oggi ci sono in ballo 160-170 miliardi di aiuti alle rinnovabili nel trentennio 2005-2034, molti dei quali relativi a questo decennio.

Investire su innovazione e produttività di un settore che ha ancora da sviluppare il potenziale che abbiamo visto è una una scelta che non deve far arrossire chi la compie, nemmeno in un momento di vacche magre come l’attuale. Se alcune dinamiche delle energie rinnovabili possono aver avuto delle distorsioni, anche costose, sarebbe molto più costoso buttare il bambino insieme all’acqua sporca.

Tanto più che i recenti successi di produttività cui assistiamo ad esempio nel campo degli idrocarburi non convenzionali (shale gas ad esempio) sono stati resi possibili da progetti ed aiuti pubblici la cui origine risale al lontano 1977. Come scrive nel suo articolo sul Washington Post Michael Shellenberger: “Tra 1978 e 2007, il Dipartimento dell’Energia ha speso 24 miliardi di dollari in ricerche sui carburanti fossili. Altri miliardi sono stati spesi attraverso il Gas Research Institute  e con sgravi di imposta per il gas non convenzionale. Questi investmenti sono stati largamente posti come un fallimento negli anni ’80 e ad inizio dei ’90s, quando i carburanti abbondavano ed erano economici”.

In questa fase possiamo fare le stesse critiche che allora venivano riservate alla ricerca negli idrocarburi non convenzionali e dire che non vale la pena investire risorse in incentivi all’innovazione per il settore solare, e far sparire dal nostro paese l’ennesima industria dopo siderurgia, chimica informatica e (presto) auto.

O anche no.

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Una risposta a Solare: un campionato che si può ancora vincere

  1. fausto ha detto:

    Molto bello! Io ci aggiungerei anche che in Italia stiamo gettando via montagne di soldi grazie al CIP6, che in buona parte viene saccheggiato dai gestori inceneritori di rifiuti. Questa anomalia ha fatto scomparire molti dei soldi che avremmo potuto destinare alle rinnovabili…..

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