Quanto costa la Lira – 1: svalutazione, inflazione

Oggi il governatore della BCE Mario Draghi ha sottolineato il rischio maggiore cui va incontro una nazione che lasci l’Euro. La svalutazione creerebbe una grande inflazione e non  consentirebbe peraltro a quel paese di sfuggire a riforme strutturali. Da affrontare, quindi, da una posizione di debolezza ancora maggiore. Un parere  certo non disinteressato visto che Draghi al momento è il “papa” dell’Euro insediato nel Vaticano di Francoforte.

Ma appena giovedì scorso (15 dicembre) il Centro Studi di Confindustria aveva reso nota la propria ipotesi sullo scenario che attende le quattro economie principali dell’Europa (Italia inclusa quindi): crollo del Pil dal 25 al 50%, scomparsa di centinaia di migliaia di imprese ed il dissolversi di un numero di posti di lavoro compreso tra 6 e 9 milioni. In parole povere la Seconda Grande Depressione.

Quando si ha a che fare con malattie pericolose per se stessi o per un familiare è comprensibilmente umano cercare un secondo od un terzo parere medico. Quindi preso atto del quadro di Confindustria abbiamo cercato altre analisi quantitative su quello che comporterebbe l’eventualità della fine dell’Euro e farci quindi un’idea dei costi che comporterebbe a livello macro (svalutazione, inflazione) ritornare a maneggiare le lire.

A settembre uno scoop del sito internet Linkiesta aveva reso pubblico uno studio del Credit Suisse su questa eventualità. Vista adesso, viene spontaneo osservare che lo scenario (precedente al decollo degli spread, e quando in Italia c’era ancora insediato il precedente governo) era forse ottimista. La banca svizzera attribuiva una probabilità del 20% all’eventualità di dissoluzione dell’Eurozona nel caso si verificasse il declassamento della Francia da parte delle principali agenzie di rating, cosa che sembra destinata ad avvenire nelle prossime settimane.

Secondo il Credit Suisse al sistema bancario il dissolvimento può arrivare a costare 1080 miliardi di euro, di cui 630 miliardi di euro sulle banche dei paesi periferici, Italia esclusa. Gli istituti di credito del nord patirebbero invece almeno 300 miliardi di euro di perdite. Questi sono i costi iniziali: dopo quelli che toccherebbero alle banche si può cominciare a contare i costi sociali ed economici che si allargherebbero a macchia d’olio; la media storica del calo del PIL dopo un default non gestito è del 9% ed i prestiti a rischio (NPL) aumentano del 22%. A titolo di confronto la disastrosa crisi dei mutui in paesi come Ungheria o Bulgaria ha portato i prestiti a rischio al 15-16%.

Secondo la banca elvetica quindi il caos post-euro sarebbe simile a quello post-Lehman. La banca olandese ING (sì, quella del Conto Arancio) è più pessimista. Il suo capo economista Mark Cliffe a inizio dicembre ha rivelato che secondo i suoi calcoli il cittadino europeo dopo il collasso dell’Euro sarebbe del 12% più povero: “…quello della Lehman è stato solo un antipasto di crac al confronto. Dopo il collasso dell’Euro nei primi due anni l’economia dell’Eurozona si contrarrebbe del 12%, del 9% nel primo anno dopo l’evento. Il danno a breve termine avrebbe effetti duraturi ed ancora nel 2016 la produzione non avrebbe recuperato i livelli pre-crac. L’eurozona è ben lontana dall’essere l’area valutaria dei manuali di economia, ma ricordiamo che l’unione monetaria è come un’omelette, non si può proprio riprendere le proprie uova una volta cucinata”.

Per i paesi del sud europa sarebbe peggio: le nuove valute perderebbero il 50% rispetto al loro valore attuale, l’inflazione salirebbe stabilmente a due cifre, mentre i paesi del Nord Europa avrebbero le valute sottoposte ad un aumento vertiginoso ed i loro paesi si troverebbero alle prese con lo choc della deflazione, in stile giapponese. Qui sotto il grafico riportato dal Daily Telegraph sulla base delle previsioni dei valori delle monete nel 2016

Con una valuta a quei livelli i surplus delle bilance commerciali di paesi nordici “virtuosi” come Germania od Olanda diventerebbero molto difficili da mantenere. Lo hanno scritto altri due analisti della ING, Teunis Brosens e  Dimitry Fleming nella loro lettera ai clienti: “Il primo anno successivo al crollo dell’Euro l’export olandese si ridurrebbe del 25%. Come paese con tradizione commerciale, con grandi fondi pensione ed un settore finanziario internazionale, siamo strettamente legati alla Eurozona”.

Tra il pessimismo nero di Confindustria e di ING e quello circoscritto di Credit Suisse (ricordiamo ancora però che quello studio è di settembre mentre tutti gli altri sono più aggiornati, risalendo al mese di dicembre) si collocano le previsioni della banca Nomura.

La società giapponese ha reso noto in una comunicazione ai suoi clienti le previsioni relative alla svalutazione delle monete dei singoli paesi dopo l’ipotetico scioglimento dell’Eurozona, il tutto partendo da un cambio Euro/Dollaro lievemente superiore all’attuale, 1,34 contro l’1,30 della chiusura di venerdì scorso. Come si vede nella Figura 1 qui sopra per l’Italia si prevede una svalutazione superiore al 27%.

La Figura 4 qui sopra mostra i precedenti degli effetti di alcune recenti curve dell’inflazione successive a crac di paesi di grandi dimensioni: dall’alto Russia, Indonesia, Messico, Argentina, Brasile, Tailandia e Turchia. Si noti che solo Brasile e Tailandia sono riuscite a cavarsela con una inflazione ad un cifra, nei cinque anni successivi al crac. La metà dei paesi sotto stress dopo due anni aveva ancora inflazione superiore al 30% e due su sette ancora superiore al 20% dopo tre anni. La media dell’inflazione nei cinque anni successivi alla crisi è stata superiore al 20% per quattro paesi su sette (Russia, Indonesia, Messico e Turchia).

La banca giapponese non indica quali siano i valori più probabili di inflazione che potremmo attenderci in caso di crac dell’Euro. Si tratta, per chi ha poca memoria o non vuole cercare i dati storici, del tasso con cui l’Italia doveva fare i conti in anni come il lontano 1980… Ovviamente anche i rendimenti dei titoli emessi all’epoca dal Tesoro avevano tassi a doppia cifra.

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Una risposta a Quanto costa la Lira – 1: svalutazione, inflazione

  1. IO ha detto:

    Articolo PIENO ZEPPO DI FALSITA’ ( i dati Nomura sono GIUSTI ).
    1-Il coefficiente SVALUTAZIONE/INFLAZIONE per l’Europa è 0,1-0,2, ossia MINIMO, indi per cui non serve a NULLA paragonare paesi del Terzo Mondo con l’Italia perchè lì i COEFFICIENTI sono DIVERSI.
    2- Quando nel ’92 SVALUTAMMO circa nella stessa misura l’INFLAZIONE SCESE.
    3- I TASSI SI iniziarono ad avere la DOPPIA CIFRA solo DOPO il DIVORZIO tra TESORO e BANCA D’ITALIA nel 1981
    4- Nel 1980 con un INFLAZIONE a 2 CIFRE ( 10 VOLTE QUELLA ATTUALE ) il TASSO DI RISPARMIO PRIVATO delle FAMIGLIE ITALIANE era il QUINTUPLO di quello ATTUALE e IL + ALTO DEL MONDO e il POTERE D’ACQUISTO di uno STIPENDIO MEDIO era il 70% PIU’ ALTO DI QUELLO ATTUALE.
    5- L’INFLAZIONE degli anni ’70 è dovuta IN PRIMIS allo SHOCK PETROLIFERO del 1974

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