Se l’Euro vale meno

Qualche economista da bar magnifica i miracoli che sarebbe capace di operare sull’economia italiana l’uscita dall’Eurozona: ma sì, una bella super-svalutazione, come ai bei (secondo loro) tempi del secolo scorso quando il sistema era ben oliato. Regaliamo un immediato guadagno di competitività ai produttori di sanitari di Civita Castellana o di sedie di Udine!

Le dinamiche dei mercati di questi ultimi giorni stanno forse per aprire uno spiraglio non solo agli operosi imprenditori di quei distretti, ma a tutti gli esportatori dell’Eurozona. E senza doversi prendere il disturbo di ricominciare a stampare lire. L’export europeo nel suo complesso potrebbe infatti avere un beneficio importante dalla dinamica dei cambi.

Quello tra Euro e Dollaro, pur con strappi temporanei, nel corso dell’ultimo anno era stato sorprendentemente stabile: il rientro di denaro dagli investimenti sul continente di alcuni investitori spaventati dalla crisi del debito sovrano in Europa compensato dal flusso di capitali che (soprattutto dalla banche) venivano fatti rientrare. Ma ora l’indebolimento della valuta del Vecchio Continente in questi ultimi giorni sembra destinato a prolungarsi.

Ancora il 15 novembre Mark Hulbert scriveva una colonna intitolata “L’Euro è morto, lunga vita all’Euro”, che sottolineava come a quella data, malgrado la “guerriglia” estiva che aveva coinvolto già Grecia, poi Spagna ed Italia e lasciato indenne ormai alcun paese, il cambio Euro/Dollaro fosse ancora a 1,3391, laddove un anno prima si trovava a 1,3631.

La resilienza della valuta continentale è stata tale che malgrado la burrasca l’Estonia ha ugualmente voluto entrarvi. Sono state necessarie le scosse ai rating di Francia, e perfino Finlandia, Austria e Germania e soprattutto l’allentamento della politica monetaria sui tassi di sconto da parte della BCE per far infine scendere l’Euro sotto la barriera dell’1,30. La politica attuale sui tassi ci avvicina quel rapporto a 1,18 che secondo alcuni economisti sarebbe corretto tenenendo in considerazione i poteri d’acquisto europeo e nordamericano.

Insomma l’allentamento monetario sul tasso di sconto avrà l’effetto di allentare ulteriormente la politica monetaria mediante la perdita di valore contro altre divise internazionali (un rapporto causa-effetto che ha il grande merito di non far sentire in colpa i più ortodossi tra i “monaci” di Francoforte).

Cosa succederebbe a breve termine alle nostre economie ed ai nostri portafogli con un Euro più debole? Come riassume Michael A Gayed : “…se date per assodato che le forze della deflazione siano al lavoro in modo più forte in Europa di quanto non lo siano in altri paesi (USA inclusi) allora è fondamentale che l’Euro si indebolisca. Dopo tutto un Euro più debole è solo un altro modo di importare inflazione in un contesto che è privo di crescita”. 

Un Euro più debole sarebbe certamente una cattiva notizia per gli acquisti di carburanti e materie prime denominate in dollari. Ma anche (se le aree come Americhe ed Asia che attualmente “tirano” assai più dell’Europa continueranno agli attuali ritmi) una occasione ghiotta per gli esportatori, che in Italia ormai appartengono principalmente a due tipologie: quella dei produttori di beni di lusso diretti soprattutto verso le economie agganciate al dollaro, e quella meno celebrata ma altrettanto importante della meccanica, che approda principalmente in Asia.

Va ricordato che gli esportatori italiani sopravvissuti alla fine delle svalutazioni della lira (così come come quelli tedeschi o nordici in genere) sono già riusciti a guadagnare posizioni anche nei momenti del Super-Euro. Nella primavera del 2008 l’Euro aveva sfiorato quota 1,60 contro il dollaro, ma Germania, Italia e Francia avevano comunque messo a segno buoni risultati nell’export: a Gennaio del 2008 l’export tedesco era cresciuto del 9% rispetto al 2007. Gli altri paesi rispetto alla Germania non avevano fatto altrettanto bene,  ma avevano portato a casa risultati importanti anche nelle condizioni più difficili.

Con la spinta di un cambio meno oneroso gli esportatori tedeschi, ma anche quelli italiani, avrebbero uno spazio da sfruttare per crescere ancora, e questa al momento è il solo capitolo in cui ci si può attendere una crescita. Qui sotto si vedono i grafici del cambio Euro-Dollaro dal 2008 ad oggi e quelli degli export di Germania ed Italia. Non sono una garanzia di un imminente miracolo, ma si può almeno dire che lasciano delle speranze.

Un Euro meno forte non sarà una panacea a tutti i mali dell’Unione Europea. Il rischio-cambio di una moneta meno forte potrebbe spingerebbe meno investitori internazionali (già ora in molti si sono allontanati da tutto quello che è europeo) ad interessarsi alle obbligazioni degli stati europei, il che non è esattamente una buona notizia con una montagna di titoli in scadenza nel 2012.

Ma alla resa dei conti proprio attraverso la svalutazione dell’Euro sarebbe messo in posizione il secondo dei due supporti indispensabili secondo il Nobel per l’economia Paul Krugman ad uscire dal tunnel: “Il solo modo plausibile per risolvere questi problemi è attraverso una politica molto più liberale della BCE, sotto forma di acquisto di bond ed una implicita (ma compresa) volontà di lasciar salire l’inflazione un po’ più in alto per un prolungato period0”. 

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