David Cameron e gli Smarties a 5 pence l’uno

Il vertice di Bruxelles ha risposto alle aspettative di Angela Merkel (e Mario Draghi) su impegno alla disciplina di bilancio ed all’unione fiscale, anche se persistono alcuni dubbi sulla effettiva correttezza legale di un accordo che è partito dai soli 17 membri dell’eurozona con gli altri paesi a seguire. Chi ha seguito la strada indicata come l’unica percorribile per salvare l’Euro (almeno per ora) lo ha fatto soprattutto perché spaventato dall’alternativa del crollo dell’unione monetaria; tuttavia lo ha fatto.

Il risultato sarà accettabile in prospettiva solo se quella giornata si rivelerà un passo verso un’Europa Federale che riequilibri l’attuale deficit di democrazia e di una moneta cui corrisponde non uno Stato ma solo “brandelli di Stato”. E che tramite un’autorità federale più ampia si possa un giorno non lontano anche mettere mano negli squilibri che altre parti delle istituzioni possono determinare, come infatti stanno ora facendo in modo evidente per le tasche di ogni cittadino del continente attraverso le cosiddette svalutazioni interne (ovvero aumento della tassazione e la compressione dei salari e dei servizi erogati).

L’unica speranza che giustifichi i sacrifici insomma è che (malgrado nessuno ne parli al momento ufficialmente e men che meno il duo franco-tedesco) questo sia il risultato finale a lungo termine, una Unione Federale Europea. Più Europa per liberarsi di questa Europa.

Si dà il caso che proprio quello quello sbocco a lungo termine sia stato un incubo ricorrente della Gran Bretagna, da Margaret Thatcher e John Major in poi e questo ci induce a non meravigliarci che David Cameron abbia scelto il percorso dell’isolamento, portando alla più vistosa spaccatura vista da decenni nella politica europea.

Malgrado un pregiudizio favorevole di chi scrive questo post verso il mondo anglosassone questa volta ci è difficilissimo avere simpatia per la posizione di Cameron. Perché i britannici, che alcuni anche in Italia invidiano per la loro sovranità sulla politica monetaria derivante dallo stare fuori dalla moneta unica, in realtà non hanno affatto contestato la direzione della politica franco-tedesca per attuarne una differente ed alternativa: una politica espansiva.

Infatti la Banca d’Inghilterra, che pure al contrario della BCE può agire legittimamente come prestatore di ultima istanza, non sta stampando Sterline giorno e notte per alimentare la crescita, magari rinviando a tempi migliori i conti con l’inflazione. I Conservatori inglesi stanno affliggendo i propri concittadini con le stesse politiche di austerità imposte a greci, spagnoli, italiani, pur avendo la possibilità alternativa di mettere in campo un piano di atterraggio morbido della propria economia in questi tempi di crisi. I risultati sull’economia britannica di questa politica sono gli stessi già visti da mesi in Grecia e Spagna e che si temono in Italia.

E allora che gli inglesi scelgano la rottura è quindi dettato solo dal voler mettere i forzieri della City al riparo dalla Tobin Tax e dai sacrifici che invece i paesi continentali progettano di chiedere al mondo della finanza (progettano di chiedere, sul risultato vedremo) e questo non può proprio ispirare benevola comprensione.

In una fase come quella attuale né i vertici dei paesi del Continente né, soprattutto, i cittadini di quei paesi, sono dell’umore adatto a simpatizzare con qualcuno che dentro l’Europa vuole ritagliare alla propria nazione un ruolo di paradiso fiscale. Era scontato che una simile richiesta venisse respinta, ma se Merkel, Sarkozy & C. fossero impazziti ed avessero dato a Cameron quello che chiedeva tutti avremmo pagato un conto supplementare, oltre a quelli con cui già abbiamo a che fare.

L’influenza inglese finirà per diminuire proprio in una fase cruciale. Se con questa diminuirà anche il sempre più sbiadito appeal neo-liberista dei Cameron & C. rispetto ai richiami della “economia sociale di mercato” renana è tutto vedere. L’unico risultato che Cameron otterrà con sicurezza da questo suo “momento thatcheriano” è che riscuoterà grande approvazione dai propri elettori più euro-ostici. Ma è dubbio che a lungo termine riesca ad ottenere l’approvazione anche dei semplici cittadini sempre più toccati dall’austerità voluta dai Conservatori.

I dati negativi su PIL e disoccupazione britannica sono facilmente reperibili online, quindi ve li risparmiamo e ci permettiamo solo di accendere un faro sui conti di uno dei giganti della grande distribuzione mondiale, la Tesco. E’ significativo perché si tratta di quello che gli esperti di borsa indicano come un titolo anti-ciclico, ovvero una azienda su cui si può contare anche nei momenti di crisi perché, come noto, comunque la gente va a fare un po’ di spesa, poca o tanta.

I conti della Tesco vanno bene, ma solo grazie ai risultati americani e di altri continenti, in particolare l’Asia. La Gran Bretagna, da cui è partita questa multinazionale che rivaleggia con Wal-Mart o Carrefour, di recente sta dando una delusione dopo l’altra alla società, e questo da quando la politica di austerità vede i britannici tirare sempre più al cinghia anche sulle piccole cose.

Negli ultimi tempi era stata lanciata una guerra dei prezzi, la Big Price Drop Campaign, che sembrava destinata al successo visto l’enorme potere contrattuale che Tesco ha con i fornitori e la cura nei dettagli della catena distributiva. Invece le vendite inglesi della Tesco rispetto agli anni precedenti non sono aumentate, tranne quelle online.

Malgrado i prezzi contenuti in moltissimi settori merceologici la campagna non ha fatto guadagnare soldi alla società, anche se ha attirato più gente nei punti vendita. La Tesco ha fatto davvero felici i consumatori britannici solo quando per errori di marcatura dei prodotti da parte di Tesco si sono trovati  sui banchi alimentari super-scontati: tubetti di Smarties a 5p invece dei soliti 45p, oppure tavolette di cioccolata Terry’s normalmente in vendita a 2,75 sterline al prezzo affarissimo (ma involontario) di 29p l’uno.

I giornali popolari si sono divertiti a seguire le tracce dei clienti che hanno preso al volo la inaspettata opportunità, e alcuni hanno messo sui social network le foto degli scontrini fortunati. Peraltro questo è il tipo di notizie “marginali” che segnalano come la fiducia e voglia di spendere dei consumatori (e delle imprese) latiti durante una prolungata austerità, al contrario di quello che si attendevano dalla loro politica di Cameron & C.

Diventa allora interessante dare un’occhiata all’articolo uscito prima del vertice europeo, sul New York Times di mercoledì scorso in cui Sarah Lyall e Stephen Castle si soffermavano sugli effetti che Bruxelles avrebbe avuto sul Regno Unito avvolto dalla stretta dell’austerity e sostenevano che comunque fosse andato a finire “…la Gran Bretagna è certo finirà per perdere. C’è una consapevolezza che sta emergendo al Numero 10 di Downing Street che se l’Euro crolla, la Gran Bretagna affonderà insieme a tutti gli altri. Ma se l’Europa riesce a ricomporre le forze forgiando una maggiore unità tra le 17 nazioni che usano l’Euro, allora i britannici si trovano di fronte alla prospettiva di essere marginalizzati ancora di più nelle decisioni sul continente”.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in austerity, crisi, debito, debito sovrano, economia, euro, europa, eurozona, gran bretagna, sterlina, valuta e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...