Sottozero si gela

La netta spaccatura creatasi tra paesi del Nord e del Sud Europa nell’ultimo anno di crisi ha avuto tra le conseguenze più vistose la divaricazione tra i destini dei rendimenti dei rispettivi titoli sovrani, saliti a livelli preoccupanti quelli del Sud, piatti o addirittura negativi quelli del Nord. Come noto la carenza di “titoli rifugio” ha spinto in territorio negativo i rendimenti dei titoli non solo tedeschi ma anche olandesi, scandinavi, belgi e francesi, senza troppo guardare al numero di “A” assegnate dalle agenzie di rating ai paesi che li emettono o li hanno emessi.

Per chi abita e lavora nei paesi del Mediterraneo ormai da più di un anno è frequente pensare alla fortuna delle economie del Nord, le cui imprese e banche si finanziano a tassi bassissimi. I tassi zero, o realmente negativi, stanno però cominciando a produrre delle conseguenze del tutto impreviste, specie nei paesi più piccoli e ricchi. E sono proprio paradossalmente i profitti delle banche ad essere attaccati per primi dagli effetti dei tassi negativi. Lo stanno scoprendo le banche della Danimarca, ad esempio.

Un contesto economico in cui la curva dei rendimenti nel corso degli anni tende sempre più ad appiattirsi porta a rendere sempre meno essenziale la funzione delle banche: ne soffre anzitutto il reddito dei risparmiatori, ma anche la stessa redditività delle istituzioni bancarie, che tendono a ridurre il loro ruolo essenziale sul mercato del credito. Un ruolo la cui pratica diventa costosa e nel quale lavorare sul margine tra denaro raccolto e denaro concesso in prestito tende a diventare sempre più difficile.

Le banche centrali sembrano saperlo bene ma, specie quelle dei piccoli paesi che quasi tutte sono fuori dall’eurozona, si trovano davanti un ostacolo importante: le dimensioni stesse di un piccolo mercato, in cui anche i mezzi di una piccola banca centrale diventano limitati rispetto alla massa critica dei grandi fondi pensione o di investimento obbligati a dare la caccia a titoli esenti dal rischio e quindi sempre in grado di esercitare pressione sui prezzi e sui rendimenti.

Perciò, come faceva notare Izabella Kaminska in un post di fine luglio su Alphaville:

“Più è grande il debito sovrano sul mercato più è lineare la struttura della curva del debito e più grande è l’influenza della banca centrale. Al contrario, più è piccolo il mercato del debito più la curva dei tassi è confusa ed invertita, con i tassi reali sempre più sganciati dalla politica della banca centrale”.

Nel post sono ripresi anche alcuni esempi di curve dei tassi, che consigliamo di vedere. Qui riportiamo il grafico dei tassi pluriennali della Danimarca:

La curva, come si vede, si impenna tra 1 mese ed 1 anno per poi assumere un andamento più regolare quando si passa ai bond con scadenze pluriennali. Una immagine che, se dovesse cristallizzarsi anche a lungo termine, dovrebbe costituire motivo di riflessione per i cittadini danesi sulle possibilità di perseguire politiche economiche e monetarie indipendenti in mezzo al mare magnum tempestoso spazzato dalle paure dei mercati.

Gli effetti dei tassi negativi sulle banche del paese scandinavo si vedono già. L’autorità locale di controllo sulle banche ha già cominciato a spronarle a non lasciar crollare la redditività. I costi aumentano e vanno tagliati, i tassi sui depositi teoricamente dovrebbero essere negativi ma non lo sono: così alla fine le banche aumenteranno le spese fisse a chi tiene aperti depositi. Un risultato paradossale, se si pensa che i tassi zero o negativi sono partiti da una ricerca globale di sicurezza e dalla avversione al rischio.

I cittadini e le imprese (qui parliamo di Scandinavia, in Germania questo processo bizzarro non si è ancora messo in movimento) quindi neanche grazie al brutto momento dei paesi mediterranei potranno godersi a lungo una vita (economica) facile. Per finire, volete sapere come va la crescita dell’economia in un paese in cui il costo del denaro è sceso a livelli bassissimi ? Eccola divisa in trimestri confrontata con Europa ed USA:

 

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Le pessime notizie e l’effetto esposizione

I social network da tempo oltre che fonte di informazioni più o meno attendibili sono una piattaforma per battaglie tra posizioni diverse condotte da punti di vista belligeranti. Prendete ad esempio il post pubblicato all’inizio di agosto da Tyler Durden (è uno pseudonimo che si riferisce ad un personaggio del film Fight Club) su Zero Hedge. L’autore ha preso a prestito da Credit Suisse il grafico qui sotto per evidenziare la fuga di capitali dalle banche dei paesi dell’area mediterranea, usandolo per corroborare la sua tesi che l’Eurozona è all’implosione. Non sappiamo se l’autore abbia posizioni short sui mercati pertinenti ma in questo caso avrebbe fatto centro, se l’esito fosse quello.

Ma la “vigilanza” sui social network è a ciclo continuo come lo sono i mercati. Anche perché sempre più numerosi traders, economisti, quants sono in rete sette giorni su sette. Perciò non bisogna meravigliarsi se basta un tweet di Pawel Morski per segnalare come la chart pubblicata dal tetro Tyler Durden sia stata in effetti scavalcata da una più recente nella quale si vede una faticosa ma chiara ripresa dei depositi bancari nei paesi più a rischio. Qui sotto vedete la tabella cui facciamo riferimento:

Non è sorprendente che ci sia chi in rete passi il tempo a tessere un ordito fosco e tetro, quali che siano i motivi. Ma questo piccolo e tutto sommato di limitata portata episodio dimostra due cose: da un lato che un lavoro che manchi di sostanza è sempre esposto al continuo flusso di una informazione trasparente, destinata a mettere improvvisamente in luce in questa tela scura buchi clamorosamente grandi e visibili.

Dall’altro lato l’opera di chi pubblica con costanza post di sapore “millenarista” è esposta non solo a pochi clamorosi strappi, ma soprattutto ad un lavorio inarrestabile che assottiglia i fili della loro tela giorno dopo giorno. I profeti di sventure infatti appaiono destinati a non recepire il calare della portata dei messaggi negativi col passare del tempo.

Non è solo questione di calo del timore dei “lupi” alle porte man mano gli avvisi del messaggero infedele cadono nel vuoto. I “millenaristi” ad oltranza (interessati o meno) non tengono conto dei processi e delle conseguenze del mere exposure effect, il fenomeno cognitivo studiato dallo psicologo Robert B. Zajonc ineludibile dalle menti umane perché dotato di una origine adattiva.

Zajonc soprattutto si è dedicato alle esperienze (anche di minimo impatto) di vita ed alle tracce che lasciano in un ricco deposito di ricordi valutativi, cui si attinge, in apparenza automaticamente, ogni qualvolta alla mente viene proposto un oggetto o un’esperienza degna di nota. Così il premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman nel suo saggio “Nuove sfide al principio di razionalità” ne illustrava il profilo professionale.

L'”effetto mera esposizione” Zajonc lo ha studiato in modo prevalente sondando a fondo il nesso tra ripetizione di uno stimolo arbitrario (disegno, logo, parola) e l’atteggiamento affettivo/emozionale (in positivo o negativo) che la gente tende a sviluppare per quello stimolo. Gli stimoli nuovi creano negatività dal disagio alla possibile fuga, per motivi evolutivi, evitare un possibile nuovo pericolo incrementa le probabilità di sopravvivenza.

Ma, secondo Zajonc, è adattivo anche il processo che porta al calare di allerta e paura se uno stimolo nuovo, anche negativo nella sua espressione, non produce pericolo autentico. La soglia di attenzione e il timore di perdere i propri risparmi viene sicuramente attirata dai titoli in prima pagina “Crolla la borsa, bruciati miliardi di capitalizzazione”. Ma la reiterazione di simili notizie finisce per diventare un rumore di fondo che non incute più timore, specie per chi un gruzzoletto in borsa non l’ha mai avuto. Ed a lungo andare con il consolidarsi dell’effetto-esposizione, perfino l’alone nero che circonda i periodi di prolungata recessione non può che cominciare a svanire.

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Le accise italiane e i vacanzieri tedeschi

Stamattina sulle prime pagine dei quotidiani era diffusissima la presenza di titoli sull’arrivo delle nuove accise sui carburanti: “tassa sull’esodo” l’ha definita La Nazione. Ma a pagina 3 il titolo diceva “La Sorpresa di Ferragosto”. L’imposizione di 0,51 centesimi di accise destinati al bonus dei gestori degli impianti dei carburanti e ad un provvedimento per le zone terremotate dell’Abruzzo erano in ballo da tempo e mancava solo la data relativa all’entrata in vigore ma… no, sorpresa non si può dire che sia stata.

Gli aumenti sui carburanti nei periodi delle vacanze come quello che porterà 65 milioni di euro nelle casse dello Stato italiano sono la norma, non una sorpresa. E in effetti era più corretto e vicino al trend degli ultimi anni il titolo del Corriere della Sera nelle pagine dell’economia: “Benzina, i rincari di Ferragosto”.

Per capire come stiano le cose è utile dare uno sguardo ad un utilissimo grafico che si trova nel sito di “www.prezzibenzina.it“. Dal 2007, l’anno in cui iniziarono i primi scricchiolii all’economia globale, la cosa si ripete in modo tanto frequente da far diventare dubbio che sia solo una coincidenza. Nel 2007 stesso il picco del prezzo fu a luglio (1,38 per la verde), un livello che non fu più superato fino a gennaio dell’anno successivo. L’estate del 2008 fu quasi una beffa per i vacanzieri, perché al picco di luglio (158 per la benzina) seguì un crollo quasi verticale di cui comunque chi fece il pieno per andare in ferie non poté beneficiare perché il minimo cadde a gennaio del 2009.

Nel 2009 stesso, il prezzo estivo rappresentava il massimo del primo semestre. Nel 2010, non c’è stato un vistoso aumento estivo, una volta tanto, ma i prezzi medi delle date estive non si distaccarono troppo dalla punta segnata il 7 maggio precedente (1,44 per la verde). Nel 2011 ?  Tra giugno e agosto la verde è passata da 1,55 a 1,64, sulla scia del riscaldarsi della crisi

E allora dovremmo arrabbiarci di più e farci andare per traverso la pausa estiva? Il vizietto di spremere i contribuenti nei periodi più spensierati, quelli delle vacanze, non è solo italiano, se può in qualche misura consolare. In un ns. post di giugno segnalavamo un articolo di Alexander Jung ed Alexander Neubacher uscito sul tedesco Spiegel in cui si può leggere come anche le “formiche” tedesche debbano continuamente tenere d’occhio i prezzi alla pompa, specie quando le ferie si avvicinano:

I consumatori noteranno con disappunto che le società petrolifere non si stancano mai di rigiocare lo stesso vecchio scherzo nel periodo che precede la Pasqua. Come negli anni precedenti i prezzi della benzina sono schizzati in alto nei giorni che precedono il Venerdì Santo (proprio quando milioni di tedeschi si apprestano ad andare in vacanza). Nel 2009, i prezzi sono balzati di 11 centesimi al litro paragonati alle settimane precedenti, come documentato nell’area di Colonia da un report redatto dall’ufficio federale tedesco alla concorrenza. All’epoca l’agenzia antitrust con sede a Bonn disse che era “plausibile” che l’industria petrolifera “alzasse di proposito i prezzi”.

 

La durata della Grande Recessione ormai comincia a spuntare anche strumenti come gli aumenti: infatti al salire dei prezzi tende ormai a crollare la quota di carburanti venduti e non manca molto allo scoprire che gli introiti fiscali saranno decurtati causa… auto in garage. Sta anche svanendo la segreta speranza di trasferire quegli aumenti ferragostani sui villeggianti provenienti dall’estero. Negli anni della Prima Repubblica gli aumenti ferragostani venivano sopportati anche dai tedeschi ed olandesi che così contribuivano al gettito fiscale nazionale ma lo facevano col sollievo del marco o del fiorino forte che alleggeriva per le loro tasche il salasso del pieno.

Oggi nemmeno quel furbesco trasferire il fardello anche sui turisti nordeuropei sembra più possibile: se da gennaio a maggio i turisti stranieri erano cresciuti del + 5,1% (secondo i dati Federalberghi) seguendo quasi in fotocopia il tasso di crescita del 2011, già nel mese di giugno le presenze degli stranieri erano scese dell’8,2%. Anche in città d’arte solide nelle preferenze dei turisti come Firenze le presenze straniere del primo trimestre erano scese dell’1,3% (73.000 pernottamenti in meno). In queste settimane l’aria che si respira è che il calo sia continuato.

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Tesoretti, timori e topi

Un tempo la rassegna stampa era una risorsa riservata ai professionisti; col dilagare dei canali televisivi all-news e del web è difficile che anche al profano sfugga qualcosa: ad esempio la correlazione tra le due prime pagine di ieri (9 agosto) dei quotidiani italiani di destra. Questo genere di titoli era assente un tempo dalle prime pagine dei giornali, soprattutto nei giorni in cui la maggioranza degli italiani è in ferie (n.b. viste le statistiche sull’estate 2012 non abbiamo scritto in vacanza ma in ferie). In generale questo genere di articoli si guadagna la prima pagina solo in periodi di grande euforia o di grande paura. Scartata la prima ipotesi, non c’è che dire: il motivo è il secondo, e l’essere fuori dall’ufficio o lontano dall’azienda non attenua l’ansia riguardo ai propri risparmi, per quel piccolo o non piccolo “tesoretto” che per la maggioranza degli Italiani cala ogni giorno.

Quando predomina la paura rispetto all’euforia, però le voci che finiscono per essere ascoltate, come è nella psicologia innata degli esseri umani, non sono tanto quelle che suggeriscono cosa fare. Sono quelle che indicano cosa non fare: dove si nascondono i potenziali pericoli e quelle che intimano di starne alla larga. E su scala globale queste voci sono sempre più stentoree, in particolare per dissuadere gli investitori dal rischio che circonda paesi come Italia e Spagna. Via dal rischio, insomma.

Alcuni connazionali hanno preso alla lettera il richiamo, come confermano i dati recenti della rinascita del mestiere di “spallone”, con destinazione i sicuri lidi bancari elvetici. Ma anche senza incoraggiare alla sfacciata evasione ed esportazione di denaro e preziosi a dire “via dal rischio” sono in tanti, anche ai vertici dei fondi più ricchi del mondo. Un timore condiviso da Mr. Pimco, il più grande fondo obbligazionario del mondo, Bill Gross, che nella colonna uscita sul Financial Times sosteneva senza mezzi termini che Draghi & Friends…

“…hanno aperto la caccia ai Vostri soldi”.

Gli europei, spiegava ai suoi connazionali americani ma anche in senso lato agli scettici (verso noi mediterranei) europei del Nord…

 “vogliono che siate meno frugali e più propensi al rischio”.

Il suggerimento di Gross & Friends è di andare a caccia dei soli titoli sicuri, quelli ormai con rendimenti negativi non solo reali ma anche nominali. Ovviamente seguire il consiglio implica l’aumento della domanda di quei pochi asset che consentono di evitare il rischio ma al prezzo di far scendere ancora (vista la domanda crescente) i rendimenti.

In tanti a Wall Street e dintorni sono già passati dal dire al fare: è di ieri la notizia che la mega-banca Goldman Sachs ha ridotto la propria posizione sul debito italiano del 92% nel secondo trimestre, da 2,51 miliardi di dollari a fine marzo a soli 191 milioni di dollari alla fine di giugno. Non si sa se seguirebbero volentieri il consiglio di Gross le banche italiane ma evidentemente, anche se volessero, non possono: infatti a giugno avevano in portafoglio 316 miliardi di euro di titoli nazionali, aumentando la propria dote di 14 miliardi di euro in quel mese. In parallelo a questa politica che sceglie il rischio a livello di portafoglio aumenta il contenimento del rischio nel concedere prestiti, sia a famiglie che a imprese (-2% su base annua il dato per queste ultime).

Ovviamente non sarà sfuggito a nessuno che sia i grandi fondi sia le banche italiane e spagnole sono già da tempo andate oltre il concetto di investimento: sono “in trincea”. Gross & Friends per difendere posizioni evidentemente short, le banche italiane e spagnole per puntellare un sistema a rischio.

Purtroppo gli investitori grandi e piccoli che finiscono per accettare rendimenti irrisori o negativi pur di salvare la quota principale del capitale fanno salire quella che oggi Massimo Gaggi sul Corriere della Sera chiama la “febbriciattola cronica” del money for nothing. Non solo: diffondono questo morbo. Un rischio di cui era ben conscio perfino Gross quando alla fine dello scorso anno riconosceva in una colonna sul Financial Times che, diventati una realtà piuttosto che un’anomalia, tassi dello 0%…

“…cessano di essere strumenti per la crescita”.

Gross addirittura si spingeva al punto di scrivere che a tassi ultra scontati o addirittura negativi il denaro a tassi stracciati (come sosteneva Lord Grantham per il denaro “cattivo”) scaccia il denaro “buono”. Con tassi allo 0% e quando si guarda al futuro con l’aspettativa di vedere una curva dei rendimenti piatta, due cose possono capitare e nessuna delle due tranquillizza.

Il primo rischio lo ha segnalato Richard Fisher, presidente della Federal Reserve di Dallas (all’Aspen Ideas Festival di inizio estate), sottolineando come tassi ai minimi termini danneggiassero i risparmiatori, perché a medio termine finiscono per incoraggiarli a prendersi dei rischi proprio in una fase della vita in cui non dovrebbero.

Se in un paese demograficamente giovane, come molti in Asia o Africa, tassi dello 0% possono creare l’effetto atteso di dare impulso ai consumi, inducendo chi ha un impiego a non privilegiare il risparmio, specie se l’inflazione non corre, cambiano molto le cose nei senescenti paesi del mondo occidentale e specie in Europa e Stati Uniti.

Una recente nota del centro studi della banca HSBC segnalava come…

“…quando la realtà degli effetti sulle pensioni si fa luce nei consumatori, bassi tasi di interesse/attese negative sul ritorno degli investimenti dovrebbero far da scintilla a più alti tassi di risparmio. Questo è vero in particolare in relazione a popolazioni che invecchiano ed allo stato di bilancio delle politiche fiscali”.

Non crediamo che ci sia bisogno di chiarire oltre come la crescita del risparmio sia, insieme al taglio alle spese, la seconda delle due stampelle del “de-leveraging“, innescato dalla Grande Recessione. Se i consumatori hanno attivamente perseguito il liberarsi del fardello di troppe spese e di una gestione dei debiti troppo onerosa, specie negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, d’altro canto, come segnala questo post di Soberlook.com a quel sollievo non corrisponde un beneficio sui conti correnti, i cui importi anzi si assottigliano.

Perciò, anche dove la professoressa Fornero non è membro del governo, si continua a lavorare più a lungo di quello che si prevdeva prima del 2007. Secondo un recente sondaggio Wells Fargo/Gallup un investitore americano su tre indica che da quando i tassi di interesse sono ai minimi termini ha rinviato la pensione e cresce il numero degli investitori che temono che i risparmi per la pensione non durino quanto i loro titolari.

Anche i “tesoretti” americani, insomma, sono sbocconcellati da quei “roditori” che la Grande Recessione ha scatenato. Solo che i “topi” che in modo impercettibile ogni minuto portano via un pezzetto sono la paura del rischio, il timore che sia meglio perdere una frazione del “tesoretto” al giorno piuttosto che l’intero capitale. La frase che tutti citano per giustificare la scelta di buttarsi sui Bund o sulle obbligazioni di Danimarca e Belgio a tassi negativi è sempre la stessa:

“Oggi il ritorno sull’investimento è il ritorno a casa dell’investimento”.

Ma la frase era stata pronunciata da Will Rogers durante la Grande Depressione, e fino a quando non sarà chiaro che i “roditori” che portano via il nostro “formaggio” sono le nostre paure, combattere i “topi” portandogli altro “cacio” ci può portare solo a creare le condizioni per la Seconda Depressione.

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Marchionne ha fretta, come i suoi marchi

Chi segue da vicino i mercati dell’auto questa settimana probabilmente presterà meno attenzione alla tensione creatasi nei giorni scorsi tra il numero 1 Fiat Sergio Marchionne ed i vertici del gruppo Volkswagen per concentrarsi sui numeri ed i conti: quelli i consigli di amministrazione di Chrysler (oggi) e Fiat (tra un paio di giorni) sveleranno. Il che non vuol dire che siano stati già dimenticati i fattori di instabilità del mercato europeo che hanno scatenato le schermaglie, ovvero eccesso di capacità produttiva in un mercato in forte contrazione.

Tuttavia, nonostante i dati di mercato negativi dei paesi mediterranei e le notizie ancor peggiori arrivate per questo settore dalla Francia, ci sono però anche segnali incoraggianti nel mondo a quattro ruote. Ad esempio la Jaguar Land Rover ha da poco fatto sapere che aggiungerà 1.100 posti alle unità produttive della Gran Bretagna. Si tratta come noto ormai di una società di proprietà indiana e che ha in Asia il suo mercato principale, in vistosa espansione. Le notizie positive su marchi automobilistici infatti, quelle che generano ottimismo, paiono sempre nascere lontano dalla vecchia Europa.

La settimana scorsa anche il Canada ha ricevuto conferma ufficiale di un impegno importante, questa volta da General Motors: $750.000.000 in cinque anni (fino al 2016) messi in gioco dall’azienda nordamericana in ricerca e sviluppo come contropartita ai finanziamenti avuti dal paese nordamericano nel 2009 quando Ottawa ed Ontario contribuirono con $10,6 miliardi al salvataggio della allora zoppicante multinazionale.

Non è solo interessante che i governi canadesi (federale e locale) abbiano posto paletti ben precisi all’impegno economico evitando interventi a fondo perduto anche in una fase di emergenza. Quello che è interessante è che la risposta aziendale si esprima in settori avanzati: mettendo in moto bandi con diciotto università del Canada per progetti che riguarderanno materiali avanzati, sistemi di trasporto intelligente e tutela dell’ambiente.

A poca distanza dal Canada ma ben lontano come bussola industriale, Chrysler per innovare non si è spinta troppo in là per recuperare competitività, ma ha scelto di stare coi piedi per terra. Infatti il più grande investimento in innovazione della marca americana dopo il salvataggio del 2009 è stato effettuato in un settore convenzionale: quello delle trasmissioni.

Entro il 2025 tutti i costruttori si devono adeguare alle sempre più stringenti normative americane. Per “fare i compiti” Chrysler non ha fatto un balzo avanti ma oltre l’oceano, ricorrendo alla tecnologia tedesca della ZF Friedrichsafen, già introdotta con successo sulle ammiraglie dei marchi premium d’Oltralpe. Dopo aver investito $300 milioni in uno stabilimento nell’Indiana per adattare alle esigenze proprie la tecnologia tedesca adottata su licenza, questa sta facendo la sua comparsa nelle linee di montaggio Chrsyler con trasmissioni ad otto (per le auto a trazione posteriore) e nove (dal 2013, per auto a trazione anteriore) marce, capaci di assicurare più efficienza energetica ai propri modelli.

La scelta (decisamente diversa da quelle adottate dai concorrenti) di sviluppare un settore convenzionale ed ottimizzarlo è senza dubbio meno stressante per le finanze societarie di quanto non sia percorrere strade fortemente innovative come quella dell’auto elettrica o ibrida. Inoltre le prime ricadute sui modelli in cui la tecnologia è arrivata, la  Chrysler 300, hanno avuto impatto positivo sulle vendite di questo modello.

Le strade divergenti, più o meno rischiose, più o meno convenzionali, imboccate dalle due ex-grandi malate di Detroit tornate a correre e a guadagnare vanno interpretate non solo come attitudine al conservatorismo o all’innovazione. Le fondamenta di entrambe sono la forza sui mercati, e sebbene entrambe fatichino e molto in Europa, i rispettivi punti di forza sono quanto mai diversi: per Chrysler-Fiat le Americhe, per General Motors l’Asia. Il contesto presente e futuro, le prospettive di crescita in un mercato maturo oppure in uno emergente sono un impulso a prendere una direzione che possa dare immediati risultati o scegliere un percorso a medio e lungo termine. Le scelte di Chrysler (e Fiat) ci dicono che la marca ha fretta, come ne ha l’uomo che la guida, che forse per questo va per le spicce, anche e soprattutto coi concorrenti…

 

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Le elezioni e le scadenze

Sembra poco probabile che i nostri conti dissestati ed i 1.966 (a maggio) miliardi di euro di debito pubblico siano la prima preoccupazione della classe politica italiana attualmente intenta a rimuginare sulla miglior data per andare ad elezioni. Peraltro quel debito e gli interessi sul debito periodicamente scadono e vanno rinnovati quindi abbiamo, per chi sia interessato a questo particolare aspetto, pensato di riportare la tabella uscita sul blog del Financial Times Alphaville (tratta da dati Bloomberg): 

Come si vede in primavera, quando è previsto lo scioglimento naturale delle camere, ci attende un mese relativamente tranquillo in aprile, mentre febbraio come nel 2012 è un mese con un alto numero di aste di titoli pubblici ed aprile è nella media.

Il prossimo ottobre, periodo possibile per elezioni anticipate nel caso in cui la riforma elettorale “fantasma” si trasformasse in realtà, è uno dei mesi della seconda parte dell’anno in cui più consistente sarà il rinnovo delle scadenze, mentre novembre da questo punto di vista sarà davvero un periodo “morto” per chi al Ministero del Tesoro si occupa dei collocamenti.

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Strade sicure e senza buche ancora un sogno

All’interno della spending review del governo Monti c’è una voce che prevede un aumento di spesa (nel 2013): €72,8 milioni previsti alla voce “strade sicure”. Può sembrare strano che tra tanti tagli ci sia un capitolo meno avaro e proprio riservato alle nostre malconce strade. Solo che la cifra accantonata non riguarda soldi destinati a rendere le statali meno pericolose, ma l’argomento è il controllo e sicurezza del territorio…

Senza essere dei patiti dei motori e della velocità esistono convincenti e ragionevoli motivi per pensare che non si possa lasciare riempire le strade italiane di buche al ritmo attuale. E per spendere gli scarsi euro disponibili tenendo efficienti strade che esistono piuttosto che lanciarsi in progetti faraonici e a volte studiati per volumi di traffico che non necessariamente raggiungono le dimensioni previste con interessato ottimismo.

In effetti la manutenzione delle strade per le casse locali è una voce pesante in tutto il mondo industrializzato: dopo la Grande Recessione molte contee rurali americane, come si può constatare in questo articolo ancora visibile gratuitamente sul Wall Street Journal in South Dakota, Michigan, Alabama. Pennsylvania ed Ohio contee hanno eliminato l’asfalto e sono tornate alle superfici sterrate.

I budget delle contee per riparazioni strade derivano dalle tasse sui carburanti e dalle tasse di immatricolazione, e i proventi hanno indotto tutti a guardare con raddoppiata attenzione ai costi di gestione. Nel rurale e freddo North Dakota hanno calcolato che costa loro $2.600 dollari l’anno curare un miglio di strada sterrata, peraltro a lungo innevata, contro $75.000 per ricostruire da capo un miglio di strada asfaltata.

I costi delle strade sterrate sono peraltro piuttosto dibattuti: nelle zone più pittoresche di Toscana, Umbria e Marche, i vincoli paesaggistici che inducono le realtà locali a mantenere bianche alcune strade peraltro hanno un riscontro nei costi non altrettanto favorevole di quello delle piatte e dritte strade nordamericane.

Senza arrivare però all’estremo di trasformare decine di strade provinciali e comunali italiane in strade bianche, metter mano alle strade esistenti ha da un lato una conseguenza benefica immediata nei costi materiali risparmiati al pubblico (senza voler entrare nei costi umani dovuti ad incidenti con feriti e morti determinati da carente o insoddisfacente manutenzione). Nel 1997 la Oakland (California) Road Commission stimava a $100 il danno medio subito da auto e camion per irregolarità alla superficie delle strade americane. Oggi i danni medi sono triplicati: il costo è salito a $335 annuali secondo questo studio.

D’altro canto investire nella manutenzione della rete esistente può essere un buon investimento. Il professor Robert H. Frank della Cornell University, che poco tempo fa ha scritto una colonna sul New York Times sostenendo che quello dei lavori di manutenzione alle strade, in particolare alla rete di highways costruita nel dopoguerra, possa essere uno dei pochi temi bi-partisan  adatti a far ripartire l’occupazione in America, nel suo libro The Darwin Economy: Liberty, Competition, and the Common Good” spiega:

Quando la manutenzione stradale è rinviata di anche due o tre anni, il costo delle riparazione più che raddoppia. Spendere un dollaro ora sulla manutenzione delle strade perciò ci preserva dallo spenderne due fra tre anni. Anche se ignoriamo i risparmi derivanti dal mancato danno di buche, decessi ed infortuni questo è un investimento con un rendimento di più del 18% annuo.
Il governo federale può prendere in prestito a tassi molto più bassi di così. Il tasso di interesse sui buoni del tesoro decennali ad esempio non ha mai superato il 5% dal 2001. Vendere buoni del tesoro ed investire quel reddito a più del 18% renderebbe immediatamente più forte il bilancio della nazione. Qualsiasi azienda privata salterebbe di gioia sentendo una opportunità di fare un simile investimento.

In Italia poche settimane fa il Corriere della Sera rilanciava in un articolo di Daniele Sparisci il grido di dolore della (ovviamente interessata ma con cognizione di causa) Siteb, l’associazione italiana dei produttori di bitume e asfalto. La nostra rete stradale, di ormai 850.000 chilometri, ha in questo periodo una manutenzione al minimo storico degli ultimi venti anni, il che spiega perché in cinque anni la produzione di asfalto si sia praticamente dimezzata, nonostante non manchino i tratti che abbiano superato il decennio di vita dell’asfalto, la soglia oltre cui diventa pericoloso.

Quando si pensa che opere esistenti ed essenziali come la Firenze-Siena, secondo quanto riferito da La Nazione del 4 febbraio 2011 che citava l’audizione del presidente dell’Anas Pietro Ciucci davanti ai deputati della commissione ambiente e lavori pubblici richiedono mezzo miliardo per rimettere a norma i 56 chilometri di tracciato, diventa davvero difficile trovare la voglia di appoggiare la spesa in nuove infrastrutture sacrificando le attuali: i grandi gruppi delle costruzioni amano rinfacciare ai cittadini la tendenza a rifugiarsi nel NIMBY (not-in-my-back-yard), ovvero “non nel mio cortile” ma i cittadini possono ben replicare NCMBY (now-cleanup-my-back-yard) “ora ripulite il mio cortile”, che di pulizia ha sì bisogno!

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